Archive for febbraio, 2007


 
I Consigli Di Un Pirla
 
Ho tanti pregi quanti difetti
Mi mancheranno le virtù
Ma un fratello maggiore
Non ha sempre ragione
Solo qualche anno in più
E so darti il tormento su tutto
È chiaro dovrei finirla
Ma per tua disgrazia non ho figli
E da lasciarti ho i consigli di un pirla
Se ti dicono di alzarti tu siedi
E quando siedono tu alzati in piedi
Non aver fede solo in quello che vedi
Insegui i sogni fino a quando li credi veri
Ed a un certo punto saranno tutti amici tuoi
Diranno di amarti per quello che sei
Vorranno solo privarti di un pezzo di quello che hai
Ma, ci sarà sempre la mamma
Che ha gli occhi più giovani di noi
Con lei sono giorni preziosi
Stalle vicino più tempo che puoi
Non importa se modelle o commesse
Certe donne si faranno gioco di te
Trattale tutte da principesse e sarai un re
Se ti dicono di alzarti tu siedi
E quando siedono tu alzati in piedi
Non aver fede solo in quello che vedi
Insegui i sogni fino a quando ci credi
T’insulteranno a gran voce e tu ridi
Ti chiuderanno la bocca e tu scrivi
Se ti picchieranno e t’imporranno divieti
Tu fatti beffa dei tuoi padroni
E canta i loro segreti
Hai la mia determinazione a compiere ogni errore
Prima di imparare
Solo
A volte non vale
Il prezzo da pagare
E come quando giocavi in cortile
È mio dovere evitare che tu ti faccia del male
O almeno tentare
Farai di testa tua
Seguirai la tua idea
Fatti un bel giro di boa
Anche se ce al bandiera dell’alta marea
È un vizio di famiglia
Come questi consigli di un pirla
Se ti dicono di alzarti tu siedi
E quando siedono tu alzati in piedi
Non aver fede solo in quello che vedi
Insegui i sogni che credi fino al giorno che li rendi veri
A un certo punto finita la festa
Vedrai tutti andar via
Ti accorgerai che quel poco che resta ti basta
Ed ecco, quella sarà casa tua t’insulteranno a gran voce
E tu ridi ti chiuderanno la bocca e tu scrivi
Se ti picchieranno e ti imporranno divieti
Tu fatti beffa dei tuoi padroni
E canta i loro segreti
 
Articolo 31
 
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OTELLO: Ammazza Jago, te credevo così bono, così bravo, così generoso, un pezzo de pane, invece, quanto sei cattivo, ma perché? Comunque me giudico da me, pure io faccio schifo, mica solo te, ma perché dovemo esse così diversi da come se credemo? Perché?
JAGO: Eh, figlio mio, noi siamo in un sogno dentro un sogno.
 
[taglio]
OTELLO   [rivolto al marionettista]: Io sono assassino… io sono assassino… e chi se lo credeva? Io so’ l’assassino… mannaggia… ma perché devo crede alle cose che me dice Jago? Perché so’ così stupido?
MARIONETTISTA:   Forse perché in realtà sei tu che vuoi ammazzare Desdemona.
OTELLO:   Come? Io vojo ammazzà Desdemona? E perché?
MARIONETTISTA:   Forse perché a Desdemona piace essere ammazzata.
OTELLO:   Ah sì? è cosi?
MARIONETTISTA:   Forse è così.
OTELLO   [rivolgendosi a Jago]: Ma qual è la verità? È quello che penso io de me? O quello che pensa la gente, o quello che pensa quello là lì dentro?
JAGO:   Cosa senti dentro di te? Concentrati bene, cosa senti? Eh?
OTELLO:   … Sì sì, sì, sento quarcosa che c’é…
JAGO:   Quella è la verità, ma… shhh… non bisogna nominarla, perché appena la nomini, non c’è più.
 
[taglio]
OTELLO:   Iiih! E che so’ quelle?
JAGO:   Quelle sono… sono le nuvole…
OTELLO:   E che so’ ste nuvole?
JAGO:   Mah!
OTELLO:   Quanto so’ belle, quanto so’ belle… quanto so’ belle…
JAGO:   Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato!
 
Che Cosa Sono Le Nuvole(regia di Pier Paolo Pasolini)
 
Jago è Totò, Otello è Ninetto Davoli
 

 

l’amore non si manifesta con il desiderio di fare l’amore, ma con quello di dormire insieme


(l’insostenibile leggerezza dell’essere)

 
DE GUICHE: Un poeta oggi è un lusso. Voi, da bravo scrittore, volete essere il mio?
CIRANO: Di nessuno, mio signore.
DE GUICHE: Potreste divertire mio zio Richelieu, e io potrei appoggiarvi presso di lui.
LE BRET: Grand Dieu!
DE GUICHE: Voi avete messo in rima cinque atti in sordina?
LE BRET: Sì, ha scritto una tragedia.
DE GUICHE: Titolo?
LE BRET: "Agrippina".
DE GUICHE: Portategliela.
CIRANO: Davvero?
DE GUICHE: E’ il meglio che può aversi, potrà forse correggervi al più un paio di versi.
CIRANO: Signore, mi è impossibile. Il mio sangue si coagùla solo al pensiero che mi si cambi una virgùla.
DE GUICHE: Siete fiero.
CIRANO: Voi dite? L’avreste rilevato?
CADETTO: Guarda Cirano, questa mattina sul sagrato, che strana selvaggina! Le prede son legittime?
CADETTI: I feltri dei fuggiaschi! – I resti delle vittime!
CUIGY: Colui che ha ordinato il trapestio sarà imbestialito.
BRISSAILLE: Si sa chi è?
DE GUICHE: Son io. Li avevo incaricati di punire, impresa opaca che sia, in gruppo e al buio una penna ubriaca.
CIRANO: Che ha scritto poemi…
DE GUICHE: Tutte opere infelici.
CIRANO: Signore, se voleste restituirli ai vostri amici…
DE GUICHE: Avete ostacolato col vostro patrocinio i miei progetti, dunque.
CIRANO: Progetti d’assassinio…
SCORTA: Insolente!
CARBON: Fermi, in fodero! Schermaglie da locanda! Allora! Uscite tutti! Via!
DE GUICHE: Signore, una domanda. Avete letto il Don Chisciotte?
CIRANO: Per intero, e mi ritrovo in lui, bizzarro e venturiero.
DE GUICHE: Vogliate meditare, di quel libro medesimo, sul capitolo dei mulini…
CIRANO: … il tredicesimo…
DE GUICHE: … poiché se li si attacca, capita nel cimento…
CIRANO: Io attacco dunque tizi che girano col vento?
DE GUICHE: … che i grandi bracci, in vortice con impeto ribelle, vi scaglino nel fango.
CIRANO: Oppure tra le stelle…
 
(escono tutti tranne Cirano e Le Bret)
LE BRET: Infine converrai…
CIRANO: Così son combinato. Spiacere è il mio piacere. Amo essere odiato.
 
Edmond Rostand – Cyrano
 
 
Amleto: Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto
con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso:
e dell’azione perdono anche il nome…
 
William Shakespeare(Amleto)
L’America
 
(citazione musicale jazz)

A noi ci hanno insegnato tutti gli americani.
Se non c’erano gli americani… a quest’ora noi eravamo… europei. Vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri.
Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi come gli americani. E generosi. E buoni, e giusti.
Non c’è popolo che sia più giusto degli americani. Anche se sono costretti a fare una guerra, per cause di forza maggiore, s’intende, non la fanno mica perché conviene a loro. Nooo! È perché ci sono ancora dei posti dove non c’è né giustizia, né libertà. E loro… Eccola lì… PUM! Te la portano. Sono portatori, gli americani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano.
L’America è un arsenale di democrazia. E quello che mi ha sempre colpito degli americani è questo gran desiderio, questo gran bisogno di esportare, di divulgare il loro modo di vivere, la loro cultura… no, non la cultura… le innovazioni, i fatti di costume… sono portatori sani di cose nuove.
Sempre nel senso che a loro non fanno male, però te le attaccano.
Alla fine della seconda guerra mondiale sono arrivati qui e hanno portato: jeep, scatolette, jeans, cultura… no, non la cultura… movimenti dinoccolati, allegria, progresso, cultura… non la cultura… la Coca-cola, il benessere, la tecnologia, lo sviluppo…
E di colpo l’Europa, la vecchia, cara Europa, coi suoi lampioncini fiochi, le sue tradizioni, i fiumi, i violini, i valzer…

(citazione musicale bolgie-woogie)
E poi luci, e neon, e vita, e colori, e poi ponti, autostrade, televisioni, grattacieli, aerei… chewing-gum!
Non c’è popolo più stupido degli americani.

(citazione musicale "Stranger in the night")
La cultura non li ha mai intaccati. Volutamente. Sì, perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura vecchia, elaborata: Leonardo, Shakespeare, Voltaire, Hegel, Schopenauer…
Ma certo, più semplicità, più immediatezza… Loro hanno sempre creato così, come andare al cesso!
(citazionemusicale "Tutti frutti")
*Loro hanno inventato il bottone. Ah, su questo bisogna lasciarli stare!… Schiacci un bottone: TAC… fatto. Tutto fatto. E dopo un po’ eccoci qui. Un calcolo logaritmico… anche noi, schiacci un bottone. TAC… fatto. La storia degli Aztechi… Anche noi, schiacci un bottone: TAC… fatto. Il progetto di una sopraelevata… anche noi, schiacci un bottone: TAC… fatto. Un’astronave su Marte… anche noi, schiacci un bottone: TAC… fatto. La pittura, la letteratura, la musica… anche noi, schiacci un bottone: TAC… la cultura, fine.*
L’America è un paese di giovanotti. Gli americani sono gli unici al mondo che a Disneyland non si sentono idioti neanche per un attimo. No, io non ce l’ho mica con l’America, anzi, mi piace. Ce l’ho con gli americanisti di tutto il mondo, eh! L’America, si sa, è stato un errore di navigazione. Mica andare, ci siamo cascati. Ecco cos’è l’America: è uno scivolo, una buca, un’enorme buca con il risucchio: SSSCCCVRUMMM! No, un momento, mica ci sono cascati tutti subito, eh! All’inizio c’era anche il vento dell’Est che tirava, come dice la parola, un po’ più in là. Sì, l’Unione Sovietica, con le sue promesse, il suo senso di uguaglianza, di giustizia, l’Internazionale Socialista, la sua cultura… no, la cultura anche lì…
E l’Italia con le sue macerie, ma già con le sue prime luci al neon… oscillava, VVV…: "Meglio di qua… no, meglio di là…". Chi faceva il tifo per l’uno, chi per l’altro… insomma, si discuteva, ci si dibatteva tra due culture… Ma no! Quali culture… Tra due bulldozer!
Poi, a un certo punto, senza preavviso, senza nemmeno che un colonnello dell’aviazione ce lo dicesse, il vento dell’Est smette. E da quel momento: SSSCCCVRUMMM! Tutti in buca.
Ma come? Non eravamo diversi? Non si oscillava? Non si dibatteva?…
Macché, più niente. Tra un imbucato e l’altro non si riconosce più nessuno.
Quelli di destra, maledizione, mi diventano sempre più democratici. Quelli di sinistra sempre più liberali, e… SSSCCCVRUMMM! Quelli di centro… no, quelli di centro niente da dire: sono sempre stati bucaioli, loro. Ma dagli altri, non me l’aspettavo.
E ora tutti a dire: "Che bella la buca… Ma che bella la buca… Non c’è niente di più democratico della buca… A me piace la buca di Reagan… no, io sono per quella di Clinton, kennediano… Eh già, perché c’è buca e buca… Viva la buca! ".
(citazione musicale inno americano)

La buca è l’ineluttabile destino dell’umanità. È lo sviluppo incontrollato e selvaggio, è la spietata legge del più forte intesa come selezione naturale della specie. È l’eroico sacrificio di qualsiasi giustizia sociale. È la vittoria totale del mercato. È il trionfo dell’unica visione del mondo. La buca è l’America!
Ed eccoci qui, anche noi: liberi, liberali, liberisti, siamo per la rivoluzione liberale ma con la solidarietà, siamo liberistici e per il liberalesimo, siamo liberaloidi, libertari, libertini, libertinotti. Liberi tutti!
(citazione musicale in sottofondo "We shall over come")

A me l’America non mi fa niente bene… troppa libertà. Non c’è niente che appiattisca l’individuo come quella libertà lì. **Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro.
Come sono geniali gli americani! Te la mettono lì: la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà.
 
Giorgio Gaber
 
 
Albatros
 
Per dilettarsi, sovente, le ciurme
catturano degli àlbatri, marini
grandi uccelli, che seguono, indolenti
compagni di viaggio, il bastimento
che scivolando va su amari abissi.
E li hanno appena sulla tolda posti
che questi re dell’azzurro abbandonano,
inetti e vergognosi, ai loro fianchi
miseramente, come remi, inerti
le candide e grandi ali. Com’è goffo
e imbelle questo alato viaggiatore!
Lui, poco fa sì bello, com’è brutto
e comico! Qualcuno con la pipa
il becco qui gli stuzzica; là un altro
l’infermo che volava, zoppicando
scimmieggia.
Come il principe dei nembi
è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,
si ride dell’arciere: ma esiliato
sulla terra, fra scherni, camminare
non può per le sue ali di gigante.
 
Charles Baudelaire
 
Monologo su Pericle di Paolo Rossi, per esattezza e’un monologo di Tucilide con una sola frase aggiunta(riportata in grassetto per poterla distinguere dal resto)
 
Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci é stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci e’ stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che é giusto, e di ciò che é buonsenso
Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicita sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versastilità la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é per questo che la nostra città é aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!
 
La scena rappresenta la sala di un ristorante. Alle pareti, pannelli con appliques di bronzo dorato. Sui tavoli, candele accese. La sala è quasi deserta, perché è tardi, e anche perché la maggior parte dei clienti, data la calda stagione, preferisce mangiare ai tavoli fuori, all’aperto.
Solo un tavolo è occupato da LUI e LEI, i quali preferiscono mangiare all’interno, per non esser visti, trattandosi di una coppia irregolare. LEI giovane, tipo di donna fatale, è sfolgorante in una toletta da sera, tutta d’oro. LUI, non più giovanissimo, è in smoking. Davanti alla tavola, il CAMERIERE, un uomo anziano e mansueto, sta terminando di prendere le ordinazioni relative alle bevande (quelle relative ai cibi sono state già prese dal capo-cameriere. )
Un’orchestrina sta suonando una musica appassionata, che passa come un vento leggero fra le tavole scintillanti.
A un tratto s’interrompe. Rullo di tamburo, come al Circo Equestre, quando sta per cominciare un esercizio difficile. Indi tace anche il rullo.
L’orchestrina resterà in silenzio durante tutta la scena, per riprendere, con uno scoppio, dopo l’ultima battuta.
Nel silenzio, il CAMERIERE attacca la prima battuta, relativa alle ordinazioni dell’acqua.
 
CAMERIERE (col taccuino e il lapis pronti, per prendere nota.) Acqua minerale?
LUI Naturale
CAMERIERE (prendendo nota): Acqua naturale.
LUI Ho detto minerale
CAMERIERE Veramente, mi scusi, ma lei ha detto naturale.
LUI Intendevo: naturale, acqua minerale. Non le sembra naturale che io beva acqua minerale?
CAMERIERE Certamente, certamente. Scusi. Credevo che il naturale si riferisse all’acqua.
LUI No, si riferiva al minerale. Vuole che un tipo come me beva acqua naturale? Io bevo acqua minerale.
CAMERIERE (annotando) Naturale.
LUI E dagli! Minerale!
CAMERIERE Ho capito. Ho scritto minerale.
LUI Lei ha scritto naturale, ho sentito coi miei orecchi.
CAMERIERE Ho detto naturale, ma ho scritto minerale.
LUI E perché ha detto naturale, se scriveva minerale?
CAMERIERE Perché riconoscevo che è più che naturale che una persona come lei beva non acqua naturale, ma acqua minerale.
LEI (a LUI): Ti prego, mi fate girare la testa.
LUI No, scusa, cara, permetti, voglio andare in fondo in questa faccenda, perchè nessuno deve prendermi in giro. (Al cameriere, ironico. ) E, se avessi voluto acqua naturale, e lei avesse scritto naturale, avrebbe detto minerale.
CAMERIERE Che c’entra? Naturale, nel suo caso, significava minerale; mentre minerale non significherebbe in nessun caso naturale.
LUI Perché? L’acqua minerale secondo lei, non è naturale?
CAMERIERE C’è acqua minerale naturale e acqua minerale artificiale, che però non è il nostro caso. Da noi è tutta naturale.
LUI L’acqua minerale?
CAMERIERE L’acqua minerale, naturale, è naturale.
LUI E l’acqua naturale?
CAMERIERE L’acqua naturale è sempre soltanto naturale. Non esiste acqua naturale artificiale, che io sappia.
LUI Mah. Chi lo sa? Oggigiorno non c’è da fidarsi nemmeno dell’ acqua naturale. (Ironico): cosicché, eh?, siccome io ho chiesto acqua minerale, lei ha scritto minerale.
CAMERIERE Naturale.
LUI Ah, vedo, dunque? Ammette anche lei d’aver scritto naturale ! . .
CAMERIERE Ma no! Dico: è naturale che io abbia scritto minerale, dal momento che lei la vuole minerale. Se avesse voluto acqua naturale, non sarebbe stato naturale scrivere minerale.
LEI (con ammirazione) Io, poi, vorrei sapere come si fa a dire naturale, mentre scrive minerale.
CAMERIERE (modesto) Abitudine signora. In un locale come il nostro, si ha una tale abitudine a sentirci ordinare acqua minerale, che la mano scrive automaticamente la parola…
LUI Naturale.
CAMERIERE No, la parola minerale.
LUI Ho capito, ho capito. Ho detto: naturale che scrive minerale, anche se dice naturale.. Ma mi dica, se io voglio acqua naturale; lei scrive naturale?
CAMERIERE Naturale.
LUI E se io voglio acqua minerale, scrive minerale
CAMERIERE Naturale.
LUI Ma insomma, lei scrive sempre naturale?
CAMERIERE Ma no!. . Naturale che io scrivo minerale.
LUI Allora lei scrive sempre minerale, sia che dica minerale, sia che dica naturale. E dice sempre naturale, sia che scriva naturale, sia che scriva minerale.
CAMERIERE (Balbettando:) Secondo i casi. Ci penserò. Glielo saprò dire. (A LEI:)Anche la Signora, acqua minerale?
LEI (con bonomia:) Naturale.
CAMERIERE (annotando:) Minerale.
LEI Ho detto naturale.
CAMERIERE Credevo che intendesse, come il signore: “naturale, acqua minerale”. Invece intende: "naturale, acqua naturale".
LEI Per niente affatto. Quel vostro primo naturale è di troppo, perché in questo caso avrei detto: "naturale, naturale".
CAMERIERE Come?
LEI E già. Perché lei non aveva detto naturale ma minerale, e quindi il mio "naturale" non confermava, ma rettificava; mentre, nel caso del signore, non rettificava, ma confermava. Insomma, nel caso del signore "naturale" era una forma affermativa, mentre nel caso mio indicava una qualità dell’acqua differente da quella da lei indicata.
CAMERIERE (gemendo) Ma io come potevo sapere che il suo “naturale” non era come quello del signore?
LEI Attenendosi alla lettera. "Naturale" significa "Naturale”, e basta.
CAMERIERE Appunto. Può significare tanto acqua naturale quanto minerale.
LEI Niente affatto. Il mio “naturale" significava soltanto acqua naturale e non: "naturale, acqua minerale” E non insistete se no reclamo col proprietario e vi faccio licenziare.
CAMERIERE (Angosciato) Signora!! Ho famiglia. Un figlio.
LUI (commosso suo malgrado) Legittimo?
CAMERIERE Naturale…
LUI E non può legittimarlo?
CAMERIERE Perché dovrei legittimarlo, se é già legittimo.
LUI Ha detto che è naturale.
CAMERIERE No. Intendevo: naturale, è legittimo.
LUI Ah, credevo che avesse detto che è naturale.
CAMERIERE Invece è legittimo. Non le sembra naturale che io abbia un figlio legittimo?
LUI Certo, certo è naturale.
CAMERIERE Le dico che è legittimo.
LUI Ho capito, del resto, non vorrà dirmi che un figlio legittimo sia innaturale. Anch’esso è naturale! Un normale prodotto della natura. Una creatura come le altre. Insomma, non è contro natura.
CAMERIERE (un po’ brusco) Non lo metto in dubbio. Ma mio figlio è legittimo e non mi piace che si dica che è naturale.
LUI E’ naturale.
CAMERIERE Ma lei vuole provocarmi. Le dico che è legittimo.
LUI Ho capito.
CAMERIERE E allora, perché, dice che è naturale?
LUI Dico che é naturale che non lo si dica naturale, se è legittimo. Lo capisco, sa. Anch’io ho un figlio.
CAMERIERE Legittimo?
LUI Naturale.
CAMERIERE E allora, anche lei pretenderà giustamente che lo si dica legittimo e non naturale,
LUI Ma se le dico che è naturale.
CAMERIERE Ah, credevo che intendesse, come me: naturale, è legittimo.
LUI No purtroppo. Intendevo: è naturale, non è legittimo. Ma il mio più gran desiderio è di legittimarlo.
CAMERIERE E’ legittimo.
LUI No, è naturale.
CAMERIERE Ho capito. Dico: è legittimo il suo desiderio di legittimarlo. E’ legittimo e naturale.
LUI (con tristezza): Se è naturale non è legittimo; e se è legittimo non è naturale.
CAMERIERE Ma io intendevo il desiderio, che può essere contemporaneamente legittimo e naturale. Non solo ma è naturale che sia legittimo, ed è legittimo che sia naturale.
LUI (con amarezza) Ma mio figlio è soltanto naturale. Per la crudeltà d’una legge antiquata e per la malvagità d’una donna, che mi ha rovinata l’esistenza e impedisce la legittimazione per pura cattiveria, avendo la legge dalla sua e servendosene come d’uno strumento di male. E sapeste quante ce ne sono, che si servono della legge per ricattare e commettere azioni infami!! Poveri innocenti ragazzi! Povero figlio mio!!
CAMERIERE (comprensivo e un po’ esitante, ma premuroso) E … Beve acqua minerale?
LUI Chi ?
CAMERIERE Suo figlio.
LUI Naturale.
CAMERIERE (timido) E’ naturale che beva acqua minerale? Beve acqua naturale? O è naturale perché non è legittimo?
LUI Come?
CAMERIERE Voglio dire: suo figlio è naturale e beve acqua minerale? E’ legittimo e beve acqua naturale? O è naturale e beve acqua minerale?
LUI (cupo) No. Mio figlio è minerale! E beve acqua legittima!
SIPARIO
 
Quell’antico tronco d’albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand’essa era frondosa.
Anche a quei tempi la chiamavano così.
Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto è che, poco lungi da essa, c’era, ai tempi del grande e infelice poeta, un’altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.
Un caso.
Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la "t" maiuscola e della quercia del tasso con la "t" minuscola. In verità c’era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall’altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.
Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano "il tasso del Tasso"; e l’albero era detto "la quercia del tasso del Tasso" da alcuni, e "la quercia del Tasso del tasso" da altri.
Siccome c’era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch’egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: "E’ il Tasso dell’olmo o il Tasso della quercia?".
Così poi, quando si sentiva dire "il Tasso della quercia" qualcuno domandava: "Di quale quercia?".
"Della quercia del Tasso."
E dell’animaletto di cui sopra, ch’era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: "il tasso del Tasso della quercia del Tasso".
Poi c’era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s’era dedicata al poeta e perciò era detta "la guercia del Tasso della quercia", per distinguerla da un’altra guercia che s’era dedicata al Tasso dell’olmo (perché c’era un grande antagonismo fra i due).
Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: "la quercia della guercia del Tasso"; mentre quella del Tasso era detta: "la quercia del Tasso della guercia": qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.
Qualcuno più brevemente diceva: "la quercia della guercia" o "la guercia della quercia". Poi, sapete com’è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l’albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.
Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi.
Viveva.
E lo chiamarono: "il tasso della quercia della guercia del Tasso", mentre l’albero era detto: "la quercia del tasso della guercia del Tasso" e lei: "la guercia del Tasso della quercia del tasso".
Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: "il tasso del Tasso".
Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l’animaletto venne indicato come: "il tasso del tasso del Tasso".
Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all’ombra d’un tasso perché non ce n’erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: "il tasso barbasso del Tasso"; e Bernardo fu chiamato: "il Tasso del tasso barbasso", per distinguerlo dal Tasso del tasso.
Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora quell’animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso.
Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.