Archive for aprile, 2007


Da tempo la "morte rossa" devastava il paese.
Mai epidemia era stata piu’ fatale, o piu’ spaventosa. Il sangue era la sua
manifestazione e il suo suggello, il rosso e l’orrore del sangue. Essa appariva
con dolori acuti, uno stordimento improvviso, poi un sanguinare diffuso dai
pori, infine sopravveniva la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e
soprattutto sul volto delle vittime rappresentavano il marchio della pestilenza
che precludeva ai colpiti ogni aiuto e ogni comprensione da parte dei propri
simili. E l’attacco, il progredire e la conclusione del male si risolvevano
nello spazio di mezz’ora.
 
Ma il principe Prospero era una creatura felice, indomabile e preveggente.
Quando le sue terre furono a meta’ spopolate, egli raduno’ al proprio cospetto
un migliaio di amici sani e spensierati scelti tra i cavalieri e le dame della
sua corte, e con costoro si ritiro’ nell’inviolato isolamento di una delle
tante sue abbazie merlate. Era una costruzione enorme, splendida, creata dal
gusto eccentrico e sfarzoso del principe in persona. Un muro forte e altissimo
la circondava. Questo muro era munito di cancelli di ferro. Appena furono
entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le
serrature. Erano decisi a non lasciare alcuna possibilita’ di entrata o di
uscita agli improvvisi scatti di disperazione o di demenza che potevano nascere
all’interno. L’abbazia era ampiamente fornita di viveri, e con tante
precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Che il
mondo esterno pensasse a se stesso: nel frattempo era follia addolorarsi o
pensare. Il principe si era preoccupato di provvedere a tutti i mezzi di
divertimento: vi erano buffoni, "improvisatori", ballerini, musicanti, vi era
la Bellezza, vi era il vino. Tutte queste cose e la sicurezza regnavano la’
dentro: fuori infuriava la "morte rossa".
 
Fu verso il finire del quinto o del sesto mese del proprio isolamento, e mentre
la pestilenza fuori era al colmo della sua virulenza, che il principe Prospero
decise di offrire ai suoi mille amici un ballo mascherato d’insolito splendore.
 
Fu uno spettacolo d’inaudita raffinatezza, questa mascherata; ma desidero
descrivere le stanze in cui essa si svolse. Ve n’erano sette, che formavano un
unico maestoso appartamento. In molti palazzi pero’ simili fughe di stanze
formano una veduta lunga e diritta, mentre le porte a due battenti scorrono sin
quasi entro le pareti su ciascun lato, in modo da permettere di abbracciare
tutta l’estensione dell’appartamento con una sola occhiata. Qui pero’ la cosa
era molto diversa, com’era facile aspettarsi dall’amore del duca per il
BIZZARRO. Le camere erano disposte in modo talmente irregolare che lo sguardo
stentava a comprenderne poco piu’ di una alla volta. A ogni venti o trenta
metri vi era una svolta brusca e a ogni svolta l’effetto era diverso. A destra
e a manca, nel mezzo di ciascuna parete, un’alta e slanciata finestra gotica
dava su un corridoio chiuso che assecondava le tortuosita’ dell’appartamento.
Queste finestre erano di vetro colorato e il loro colore variava secondo la
tinta predominante delle decorazioni della stanza entro la quale ciascuna
finestra si apriva. La stanza sull’estremo lato orientale era drappeggiata, per
esempio, di turchino; e di un turchino intenso erano le finestre. La seconda
stanza aveva gli ornamenti e le tappezzerie purpuree, e purpuree pure erano le
invetriate. La terza stanza era tutta verde, e altrettanto le finestre. La
quarta era arredata e illuminata in colore arancione, la quinta di bianco, la
sesta di violetto. La settima stanza era pesantemente avvolta in panneggi di
velluto nero che pendevano ovunque dal soffitto e dalle pareti, ricadendo in
pesanti pieghe su un tappeto della stessa stoffa e colore. In quest’unica
stanza pero’ la tinta delle finestre non corrispondeva alle decorazioni. Le
invetriate erano di colore scarlatto, di un sanguigno cupo. Ora in nessuna di
quele sette stanze vi era una sola lampada o candelabro, pur tra la profusione
di ornamenti dorati sparsi qua e la’ o pendenti dai soffitti. Nessuna luce di
nessun genere vi era che emanasse da lampada o candela entro la fuga di stanze,
ma nei corridoi che ne accompagnavano i serpeggiamenti era appoggiato, di
contro a ciascuna finestra, un pesante tripode, reggente un braciere acceso, il
cui fuoco proiettava i suoi raggi attraverso il vetro istoriato da cui la
stanza era in tal modo vividamente illuminata. Questo produceva un’infinita’ di
immagini variopinte e fantastiche. Ma nella stanza nera, la occidentale,
l’effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui neri panneggi attraverso
le invetriate tinte di sanguigno era spettrale all’estremo, e produceva sulle
fisionomie di coloro che vi entravano un’apparenza talmente irreale, che pochi
tra gli ospiti dell’abbazia avevano l’ardire di porre piede in quel locale.
 
In questa stanza vi era pure, poggiato contro la parete occidentale, un
gigantesco orologio d’ebano. Il suo pendolo oscillava innanzi e indietro con un
brusio sordo, cupo, monotono; e allorche’ la lancetta dei minuti compiva il giro
del quadrante e l’ora batteva, proveniva dai polmoni di bronzo dell’orologio un
suono chiaro e forte e profondo e straordinariamente musicale, ma cosi’
stranamente accentuato che, allo scoccare di ogni ora i musicanti dell’orchestra
erano costretti ad arrestarsi per un attimo durante l’esecuzione dei loro pezzi,
e ad ascoltare quel suono; cosi’ anche le coppie danzanti cessavano forzatamente
le loro evoluzioni, e in tutta la gaia compagnia subentrava come un breve
smarrimento, e mentre ancora echeggiavano i rintocchi dell’orologio, si poteva
notare che i piu’ storditi impallidivano e i piu’ vecchi e tranquilli si
passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa fantasticheria e
meditazione. Ma non appena quei rintocchi tacevano, subito tutti erano pervasi
da un lieve riso; i musicanti si guardavano tra loro e sorridevano quasi a
beffarsi del proprio nervosismo e della propria esitazione, e sussurrando si
ripromettevano gli uni agli altri che il prossimo scoccare della pendola non li
avrebbe piu’ sorpresi e scossi a quel modo; ma quando, al termine di sessanta
minuti (un periodo che comprende tremilaseicento secondi del Tempo che fugge) di
nuovo si udivano i rintocchi dell’orologio, ecco che quello stesso smarrimento e
incertezza e concentrazione s’impadronivano degli astanti.
 
Nonostante cio’, tuttavia, la festa era gaia e splendida. I gusti del duca erano
specialissimi. Egli possedeva una conoscenza sagace dei colori e degli effetti.
Disprezzava i "decora" dettati semplicemente dalla moda. I suoi progetti erano
audaci e bizzarri, e le sue ideazioni splendevano di sfarzo barbarico. Forse
qualcuno avrebbe potuto giudicarlo pazzo, ma cosi’ non lo ritenevano i suoi
seguaci: bisognava ascoltarlo e udirlo e vivergli dappresso per essere CERTI che
non lo fosse.
 
Era stato lui a dirigere personalmente gran parte degli abbellimenti temporanei
delle sette stanze, in occasione di quella grande festa, ed era stato il suo
gusto personale a conferire carattere alle maschere. Erano certamente maschere
grottesche. Sfavillanti e luccicanti, erano, piccanti e fantastiche;
assomigliavano a molto di quel che poi si e’ veduto nell’ERNANI. Alcune di
queste maschere erano figure d’arabesco, con membra e ornamenti strampalati.
Altre parevano le fantasie deliranti di un pazzo. Molte altre ancora erano
bellissime, molte capricciose, molte BIZZARRE, alcune terribili, e non poche
avrebbero potuto suscitare disgusto. In realta’ nelle sette stanze si
avvicendavano senza posa miriadi di sogni. E questi, i sogni, si torcevano qua
e la’, assumendo colore nelle stanze e provocando la sensazione che la musica
ossessionante dell’orchestra non fosse che l’eco dei loro passi. Ed ecco che
ancora la pendola d’ebano, nella sala del velluto, batte le ore. Ed ecco che
ancora per un attimo tutto e’ immobilita’ e silenzio, tranne la voce
dell’orologio. I sogni s’irrigidiscono e si raggelano nel punto in cui stavano
volteggiando, ma gli echi della suoneria muoiono lontani, non sono durati che
un istante, e un riso sommesso, leggero, fluttua e l’insegue mentre essi si
dileguano. Ed ecco che la musica si rinturgidisce, e i sogni rivivono, e
nuovamente si attorcono ancora piu’ gai che per l’innanzi, colorandosi ai
riflessi delle finestre variopinte attraverso cui si rifrange in mille raggi il
bagliore dei tripodi. Ma verso la camera piu’ occidentale delle sette nessuna
maschera osa ora avventurarsi; poiche’ la notte sta ormai trascolorando, e
dalle invetriate sanguigne si irradia una luce piu’ rossiccia, e la cupezza
degli scuri drappeggi sgomenta, e a colui il cui piede si posa sul nero tappeto
giunge dal vicino orologio d’ebano un rintocco smorzato, piu’ solenne, piu’
veemente, di quanto possa giungere agli orecchi di COLORO che si abbandonano al
piacere e alla gaiezza nelle stanze piu’ lontane.
 
Ma queste altre stanze erano fittamente affollate, e in esse il cuore della
vita pulsava febbrilmente. E la festa prosegui’ turbinosa, sinche’ all’orologio
incominciarono i primi rintocchi della mezzanotte. E la musica cesso’, come ho
detto, e le evoluzioni dei ballerini s’interruppero, e come prima vi fu un
inquieto arresto di ogni cosa. Questa volta pero’ alla pendola stavano
scoccando dodici colpi, e cosi’ fu forse che piu’ pensiero, con piu’ tempo,
pote’ insinuarsi nelle menti dei piu’ riflessivi fra la turba dei baldorianti.
E questo fu forse anche il motivo per il quale prima che gli ultimi echi
dell’ultimo rintocco si perdettero e si smorzassero nel silenzio, piu’ d’uno
tra la folla ebbe modo di avvertire la presenza di una figura mascherata che
sino a quel momento non aveva attratta l’attenzione di alcuno. Ed essendosi
rapidamente diffusa all’intorno in un sussurro la voce di questa nuova
presenza, si levo’ alfine da tutta la compagnia un fremito, un mormorio,
dapprima di disapprovazione e di sorpresa… e infine di spavento, di orrore,
di disgusto.
 
In un’accolta di fantasmi quale io ho descritta e’ facile immaginare che
un’apparizione normale non avrebbe certamente suscitato tanto scompiglio. In
realta’ la licenza sfrenata di quella notte non aveva quasi limiti, ma la
figura in questione avrebbe superato in crudelta’ fantastica lo stesso Erode, e
aveva persino oltrepassato i confini pure immensi della stravaganza del
principe. Anche i cuori degli esseri piu’ sfrenati hanno corde che non possono
essere toccate senza che vibrino di emozione. Anche per gli esseri piu’
perduti, per i quali la vita e la morte sono ugualmente motivo di beffa,
esistono cose di cui non e’ possibile beffarsi. Tutti gli astanti insomma
sentivano ormai acutamente che nel costume e nel portamento dello straniero non
vi erano ne’ spirito ne’ decenza. La figura era alta e scarna, e avvolta da
capo a piedi nei vestimenti della tomba. La maschera che ne nascondeva il viso
era talmente simile all’aspetto di un cadavere irrigidito che anche l’occhio
piu’ attento avrebbe stentato a scoprire l’inganno. Eppure tutto cio’ avrebbe
potuto essere sopportato, se non approvato, dai gaudenti forsennati che si
aggiravano per quelle sale: ma il travestimento aveva spinto tant’oltre la
sfrontatezza da assumere le sembianze della "morte rossa". Le sue vesti erano
intrise di SANGUE, e la sua vasta fronte e tutti i lineamenti della sua faccia
erano spruzzati dell’orrore scarlatto.
 
Allorche’ gli occhi del principe Prospero caddero su questa spettrale immagine
(che con movimenti tardi e solenni, come per meglio sostenere il proprio ruolo,
si aggirava tra i danzatori) lo si vide contorcersi, a un primo momento, in un
lungo brivido forse di terrore, forse di disgusto; ma subito dopo la sua fronte
si invermiglio’ di collera.
– Chi osa? – domando’ con voce rauca ai cortigiani che lo attorniavano, – chi
osa insultarci con questa irrisione sacrilega? Prendetelo e smascheratelo,
affinche’ possiamo sapere chi impiccheremo all’alba ai merli del nostro
castello!
 
Quando proferi’ queste parole il principe Prospero si trovava nella stanza
turchina, ovvero la stanza orientale. Esse rimbombarono alte e chiare per tutte
le sette stanze, poiche’ il principe era un uomo vigoroso e forte, e a un cenno
dela sua mano la musica si era taciuta.
 
Nella stanza turchina stava il principe, attorniato da un gruppo di cortigiani
pallidi. A tutta prima, non appena egli ebbe parlato, questo gruppo ebbe un
lieve moto irrompente in direzione dell’intruso, il quale in quell’attimo si
trovava pure vicino e ora con passo solenne e deciso si approssimava ancor piu’
al principe. Ma per un misterioso innominato terrore che l’aspetto pauroso
della maschera aveva ispirato a tutti i presenti, nessuno oso’ stendere una
mano per afferrarla, cosicche’ lo sconosciuto pote’ passare a un metro di
distanza dalla persona del principe senza che alcuno lo trattenesse, e mentre
la folla, come colta da un unico subitaneo impulso, si ritraeva dal centro
delle stanze verso le pareti, egli prosegui’ indisturbato nel proprio cammino,
ma sempre con quel passo maestoso e misurato che lo aveva distinto sin dal
primo momento, attraverso la stanza turchina a quella purpurea, dalla stanza
purpurea alla verde, dalla stanza verde alla stanza arancione, e poi alla
bianca, e da questa si spinse persino nella stanza violetta, prima che venisse
fatto un movimento risoluto per fermarlo. Fu allora pero’ che il principe
Prospero, accecato di collera e vergognoso per la propria momentanea codardia,
si butto’ precipitosamente attraverso le sei stanze, non seguito da alcuno,
causa il terrore mortale che aveva raggelato tutti quanti i presenti. Impugnava
alta sul capo una spada sguainata, e si era avvicinato, rapido, impetuoso, a
pochissimi passi dalla figura, retrocedente, quando questa, giunta
all’estremita’ della stanza di velluto, si volse bruscamente e affronto’ il
proprio inseguitore. Si intese un grido lacerante, e la spada si abbatte’ in
uno sfavillio sul nero del tappeto, sopra il quale, un attimo dopo, cadde
prostrato nella morte il principe Prospero. Allora, raccogliendo in se’ il
folle coraggio della disperazione, un gruppo di baldorianti si precipito’ nella
stanza nera e afferro’ il travestito, la cui alta figura stava eretta e
immobile entro l’ombra della pendola d’ebano, ma un gemito di indicibile orrore
usci’ dai loro petti quando essi si accorsero che le vesti funerarie e la
maschera cadaverica che avevano strette con tanta violenta rudezza non
contenevano alcuna forma tangibile.
 
E allora tutti compresero e riconobbero la presenza della "morte rossa" giunta
come un ladro nella notte, e a uno a uno i gaudenti giacquero nelle sale
irrorate di sangue delle loro gozzoviglie, e ciascuno mori’ nell’atteggiamento
disperato in cui era caduto. E la vita della pendola d’ebano si estinse con
quella dell’ultimo dei baldorianti. E le fiamme dei tripodi si spensero. E
l’Oscurita’, la Decomposizione e la Morte rossa regnarono indisturbate su
tutto.

Jerome Klapka Jerome

 
Mi piace il lavoro, mi affascina. Potrei stare per ore seduto ad osservarlo…
 
da "Tre Uomini in Barca"
 
Ernesto: Non è questo il racconto di gesta impressionanti. È il segmento di due vite raccontate nel momento in cui hanno percorso insieme un determinato tratto, con la stessa identità di aspirazioni e sogni. Forse la nostra vista non è mai stata panoramica, ma sempre fugace e non sempre adeguatamente informata, e i giudizi sono troppo netti. Forse. Ma quel vagare senza meta per la nostra maiuscola America, mi ha cambiato più di quanto credessi. Io, non sono più io, perlomeno non si tratta dello stesso io interiore.
 
Da "I Diari Della Motocicletta"

Il momento è catartico

 
1.  
E’ stato un attimo: ci siamo guardati e dopo mezz’ora eravamo gia’ a letto. Io nel mio, lei nel suo.
2.  
Ho visto. Ho visto gente vivere in baracche
ho visto gente nutrirsi di rifiuti
ho visto gente morire per strada:
vacanze di merda che ho fatto quest’anno.
3.  
Love Story.
Un profumo nell’aria
dello champagne sulla tavola
un vestito sul tappeto
e nel mio letto tu:
cane di merda.
4.  
E’ notte.
Un gufo mi guarda
la luna mi sorride
le stelle mi parlano
e le nuvole creano disegni di ogni tipo:
la devo smettere di farmi le canne.
5.  
Noi.
Noi amanti perduti nella tempesta
noi amanti battuti dal vento
noi amanti frustati dall’uragano
amore:
ma vaffanculo te e il picnic.
6.  
Amore.
Amore il tuo viso mi ricorda la bellezza scultorea di Poppea
amore la tua tenacia mi ricorda la forza eburnea di Cleopatra
amore la tua astuzia mi ricorda l’efebica astuzia di Messalina
amore, c’hai fatto caso che mi ricordi solo delle grandi puttane.
7.  
Certo è difficile crederci
ma il verde che c’era ormai non c’è più
e il grigio ha preso il suo posto
certo vorrei non fosse vero ma
ciò che c’era prima e ciò che c’è adesso la linea è netta
la linea è irrimediabilmente netta
porca puttana mi hanno proprio rigato la macchina.
8.  
Quando parli
quando parli lasci il segno
quando ridi lasci il segno
con lo sguardo lasci il segno
caro il mio Zorro, hai rotto i coglioni.
9. 
Non è stato facile dirti "ti amo"
non è stato facile dirti "amore"
non è stato facile dirti "addio"
certo che il cinese è una lingua un po’ del cazzo.
10.
Non piangere cara / e cerca di capire
mi piace quando mi accarezzi il collo
adoro sentire i tuoi buffetti sulle guance
è bellissimo quando mi copri gli occhi e mi chiedi "chi sono?"
però cazzo, quando guido non mi devi rompere i coglioni.
11.
Avrei voluto avere il tempo di parlarti
avrei voluto avere il tempo di conoscerti
avrei voluto avere il tempo di capirti
ma cazzo, dopo due minuti me l’hai data.
12.
Amore.
non ne hai mai abbastanza
sono le tre e mi dici spingi
sono le quattro e mi dici spingi spingi
sono le cinque e mi dici spingi spingi spingi
non ce la faccio più
tre ore di altalena sono una gran rottura di coglioni.
13.
Vedo.
vedo un camoscio
e gli stambecchi saltare
un’aquila vola in alto
e le marmotte zampettano circospette
amore, sei sicura che di qui si va a Rimini?
14.
Papà mi picchia di Flavio Oreglio.
(SanScemo 1994)
Testo e Musiche| P. Baron/ M. Baron/ E. Jommelli/ D. Pastore
Io mi chiamo Peppino
tengo sette anni e sono un bambino
nella mia situazione piangeressi anche tu
colla faccia coperta di lividi blu
mamma lavora tutta la notte
papa` quando torna le da un sacco di botte
dice| " dammi tutti is oldi non ti prendere niente,
ti faccio sputare fino all`ultimo dente"
mamma` non e` bella ed e` un poco sfregiata
glielo ha fatto papa` quanto se l`e` sposata
ma quando io sono nato lui e` stao felice
ha sfracassato mamma` dint`a` lavatrice
mamma` non e` brava a stare in cucina
papa` beve tanti bicchieri di vino
si alza ubriaco e mi rompe il trenino
mi abboffa di mazzate fino a sotto il lettino.
Papa` mi picchia
Papa` torna sempre a casa ubriaco
prende la cinta e mi scassa il costato
io dico "Papa` non ti ho fatto niente"
Ti faccio sputare fino all`ultimo dente
Papa` non lavora sta` sempre a dormire
blocca la porta e non ci fa uscire
se il latte non c`e` e Gigino c`ha fame
la mamma gli scalda la pappa del cane
La pappa di mamma mi fa un poco schifo
mi danno le cozze, c`ho il tifo
la televisione non la vedo piu`
sto sempre nel bagno a fare pupu`
La mia casetta si deve incendiare
le zoccola e i ragni ci devo bruciare
io e Gigino scappiamo da zia
e mamma e papa` non so cazzi dei mia!!!!
15.
Ieri sera ti ho cercato tanto…
…ho provato ovunque…
…ma niente…
…di te non c’era traccia…
…sono andato a letto senza di te…
…mi sentivo nudo…
…e il vento passava sul mio corpo…
…facendomi provare brividi di freddo…
…ma dove eri finito??
…PIGIAMA DI MERDA!!
16.
Suonai. Lei mi apri’ con un sorriso. Non e’ facile, provate voi.
17. Amore, 
ti ho detto che due più due fa quattro
ti ho ribadito che due rette si dicono incidenti
quando hanno un punto in comune
ti ho spiegato il teorema di pitagora
bene 
adesso che sai la matematica puoi metterti a
90 gradi.
18.
Amico,
ti sei fatto la barba, 
ti sei messo il profumo,
hai comprato dei fiori.
E’ la prima
volta che vieni a puttane eh?!!!
19.
Mi è bastato vederti da lontano,
per capire quanto era grande la tua bellezza.
Mi è bastato
vederti da lontano,
per capire quanto già ti desideravo.
Mi è bastato vederti da lontano,
per capire quanto ti avevo aspettata.
Mi è bastato vederti da vicino, 
per capire: "Da lontano non ci vedo proprio più un cazzo!!!".
20.
SE
Se lei ti morde un orecchio,
ma quella "lei" è un rotveiller
Se lei ti dice: "lasciati andare",
ma tu sei appeso al cornicione
Se lei ha il reggiseno a balconcino,
ma le mutande a saracinesca
Se la fortuna è cieca,
ma tu sulla fronte hai scritto "sono sfigato".in braille
Se…
Se hai vinto una vacanza a Capri,
ma ci abiti da 30 anni
Se hai un sogno nel cassetto,
ma ti hanno fottuto la scrivania
Se pesti una merda e dici: "porta fortuna",
ma, cazzo, in salotto
Se…
Se hai preso il coraggio a due mani,
ma poi guardi bene, e non è il coraggio
e forse non servivano nemmeno due mani
Se il Paese va a puttane,
e sono tutti a casa tua
Se succede tutto questo,
se succede tutto questo e tu, tu riesci a mantenere la calma,
mentre tutti intorno a te hanno perso la testa, forse.
non hai capito bene che cazzo sta succedendo.
21.
E’ primavera, e lo capisci dalle piccole cose:
il vento che ti scompiglia i capelli e ti batte sul viso,
il colorato e incessante turbinio dei pollini;
e i bambini, i bambini che, finalmente liberi,
ti circondano con le loro grida acute e gioiose.
Ecco, arriva anche mia suocera,
così la rottura di coglioni è completa!
 

Thomas Fuller

Il paradiso di un folle è l’inferno di un uomo sano.

Una chiave di plastica dorata

 
Mamma:Buongiorno, signora Nassrine, avete una faccia!
 
La signora Nassrine era la nostra domestica.
 
Marjane:Cosa c’e’?
 
Signora Nassrine: Sono preoccupata per mio figlio. Vede questa?
 
Mamma: Certo è una chiave di plastica dorata
 
Signora Nassrine:Gliel’hanno data a scuola. Hanno detto ai ragazzi che se avessero avuto la fortuna d imorire in battaglia, questa chiave avrebbe permesso loro di entrare in paradiso. Mio Dio!
 
Mamma: Ma sì piangete pure, sfogatevi
 
Marjane: Io vado a farevi un tè
 
Signora Nassrine: Ho sofferto tanto. Ho sudato sangue per tirare su i miei cinque figli. E adesso quei signori vorrebbero togliermi il più grande in cambio di questa chiave… Sono stata devota alla religione tutta la vita… Ma ora non voglio più credere in niente…
 
Mamma: E suo figlio che dice?
 
Signora Nassrine: Gli hanno raccontato che in paradiso c’è cibo in abbondanza, donne, palazzi d’oro e di diamanti…
 
Marjane Satrapi – Persepolis
 
si parla della guerra tra Iran e Iraq
 
Nel dormiveglia mi accorsi che stavo pensando che mi sarebbe piaciuto addormentarmi con lei al mio fianco tutte le sere. Dallo spavento feci un balzo sul letto.
 
da Il mistero di Mangiabarche
 
Cibi condimentum esse famen.  
 
La fame è il condimento del cibo.
 
Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: "La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo". Oppure: "E’ ora di dar la polvere al krapfen". Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce: "Hanno mangiato la Luisona!".
 
Stefano Benni – Bar Sport
 
Qualsiasi sentiero percorri nel giardino di Destino, sarai costretto a scegliere, non una, ma tante volte.
 
I sentieri si biforcano e si dividono. Ogni passo che fai nel giardino di destino è una decisione che prendi; e ogni decisione determina sentieri futuri.
 
Tuttavia, se dopo aver camminato per tutta una vita ti voltassi indietro forse vedresti un solo sentiero allungarsi alle tue spalle; e se guardassi avanti vedresti solo la tenebra.
 
A volte i sentieri del destino ti appaiono in sogno, e cominci a riflettere.
 
Sogni i sentieri che hai percorso e quelli che non hai preso…
 
I sentieri divergono e si ramificano e si dice che nemmeno Destino sappia con certezza dove porti ogni sentiero, dove conduca ogni svolta e ogni curva.
 
Ma anche se Destino potesse rivelartelo, non lo farebbe.
 
Perchè mantiene i suoi segreti.
 
Il giardino di Destino. Lo riconosceresti se lo vedessi dopo tutto, è lì che andrai vagando fino alla morte.
 
O oltre.
 
Poichè i sentieri sono lunghi, e non terminano neppure con la morte.
 
Destino degli Eterni è l’unico a comprendere la peculiare geografia del giardino, differente dal tempo e dallo spazio, dove il possibile diviene reale.
 
Destino sa. Il libro che porta è tanto una guida al giardino quanto una guida ai dettagli del futuro-passato.
 
Destino non ha un suo sentiero. Non prende decisioni, non sceglie alcuna direzione; il suo cammino è deciso e definito, dall’inizio alla fine di ogni cosa.
 
Neil Gaiman – Sandman, La stagione delle nebbie