La cronaca di Cirano.
Quindici anni dopo, 1655. Il parco del convento delle Dame della
Croce, in cui Rossana si è ritirata dopo la morte di Cristiano.
Suore che vanno e vengono.
E’ autunno. Cadono foglie.
SCENA 1
Madre Margherita, Suora Marta, Suora Clara, altre suore
 
SUORA MARTA (a Madre Margherita): Suora Clara si è guardata due
volte allo specchio!
MADRE MARGHERITA (a Suora Clara): E’ scandaloso!
SUORA CLARA: Suora Marta ha preso una prugna dalla torta. L’ho
vista!
MADRE MARGHERITA (a Suora Marta): E’ una bella scostumatezza!
SUORA CLARA: Appena uno sguardo.
SUORA MARTA: Soltanto una prugna.
MADRE MARGHERITA (severa): Stasera lo dirò al signor Cirano.
SUORA CLARA (spaventata): No, per carità! Ci prenderà in giro.
SUORA MARTA: Dirà che le suore sono frivole.
SUORA CLARA: E golose!
MADRE MARGHERITA (sorridendo): Ma buone.
SUORA CLARA: E’ vero, madre Margherita, che viene tutti i sabati da
dieci anni?
MADRE MARGHERITA: Da più! Da quando sua cugina venne tra noi,
quattordici anni fa.
SUORA MARTA: Lui è la sola persona, da quando lei s’è chiusa in
convento, che sappia distrarre quel suo dolore che non accenna ad
affievolirsi.
TUTTE LE SUORE: – E’ così buffo!
– Con lui ci si diverte!
– Ci prende in giro!
– Ma è gentile!
– Gli vogliamo bene.
– Fa piacere preparargli qualcosa di buono da mangiare.
SUORA MARTA: Peccato che non sia un buon cattolico.
SUORA CLARA: Potremmo convertirlo noi.
TUTTE: Sì sì – certo!
MADRE MARGHERITA: Vi avverto figliole, di non toccare più questo
tasto. Non lo tormentate. Altrimenti, forse, non verrà più.
SUORA MARTA: Ma Dio…
MADRE MARGHERITA: State tranquille: Dio lo conosce certamente.
SUORA MARTA: E’ così orgoglioso. Tutti i sabati, quando arriva, mi
dice spavaldamente: «Cara sorella, anche ieri, venerdì, ho mangiato
carne!».
MADRE MARGHERITA: Ah, dice così?… Bene, l’ultima volta non aveva
mangiato da due giorni.
SUORA MARTA: Ma, madre!
MADRE MARGHERITA: E’ povero.
SUORA MARTA: Chi ve l’ha detto?
MADRE MARGHERITA: Il signor Le Bret.
SUORA MARTA: E nessuno l’aiuta?
MADRE MARGHERITA: No. Gli seccherebbe.
(Sul fondo appare Rossana, vestita di nero, col velo di vedova.
Accanto a lei de Guiche, elegante e invecchiato)
Rientriamo. La signora Rossana ha visite.
SUORA MARTA (sottovoce a Suora Clara): Non è il maresciallo de
Guiche?
SUORA CLARA (guardando): Sì, mi pare.
SUORA MARTA: Erano mesi che non veniva.
LE SUORE: – Ha tanto da fare!
– La corte!
– Le proprietà!
SUORA CLARA: Le cose del mondo.
(Escono. De Guiche e Rossana vengono avanti e si fermano in
silenzio. Pausa)
 
SCENA 2
Rossana, il conte de Guiche (ora duca di Grammont), poi Le Bret e
Ragueneau.
 
DE GUICHE: E resterete qui, inutilmente bionda, in lutto, per tutto
il tempo che vi resta?
ROSSANA: Per sempre.
DE GUICHE: Sempre fedele?
ROSSANA: Sempre.
DE GUICHE (dopo una pausa): Mi avete perdonato?
ROSSANA: Visto che sono qui. (Altro silenzio)
DE GUICHE: Era davvero un uomo così…?
ROSSANA: Bisognava conoscerlo.
DE GUICHE: Già. Forse l’ho conosciuto troppo poco. E la sua ultima
lettera, è sempre lì sul vostro cuore?
ROSSANA: Come uno scapolare, qui.
DE GUICHE: Anche morto, continuate ad amarlo?
ROSSANA: A volte mi sembra che sia morto solo a metà, che i nostri
cuori siano insieme e che l’amore suo mi avvolga, tuttora vivo.
DE GUICHE (ancora una pausa): E Cirano viene a trovarvi?
ROSSANA: Sì, spesso. Il mio vecchio amico mi fa da gazzetta. Viene
regolarmente. Se fa bel tempo siede con me sotto quest’albero. Io lo
aspetto ricamando e, quando suona l’ora solita, all’ultimo colpo,
sento il suo bastone venire giù per le scale. Lui si siede, scherza
sul mio ricamo interminabile, mi fa la cronaca della settimana e…
(Entra Le Bret) Ecco Le Bret! (Le Bret viene avanti) Come sta
Cirano?
LE BRET: Male.
DE GUICHE: Davvero?
ROSSANA (a de Guiche): Esagera.
LE BRET: Tutto come avevo previsto: l’abbandono, la miseria… I
suoi scritti non fanno che procurargli nuovi nemici. Se la prende
con tutti: con i falsi nobili, i falsi devoti, i falsi valorosi, i
plagiari – insomma, con tutti.
ROSSANA: Ma la sua spada mette una gran paura. Con lui non avranno
mai la meglio.
DE GUICHE (scuotendo il capo): Chissà?
LE BRET: Ciò che mi preoccupa non sono gli attacchi, ma la
solitudine, la fame, il freddo di dicembre che s’introduce a passi
di lupo nella sua camera buia. Sono questi i nemici che possono
abbatterlo. Ogni giorno che passa stringe la cinta d’un buco. Il suo
povero naso è diventato pallido come l’avorio. Non possiede che un
unico vestito leggero.
DE GUICHE: Se l’è voluto. Non lo commiserate troppo.
LE BRET (con un sorriso amaro): Signor maresciallo!…
DE GUICHE: Non lo commiserate troppo: ha scelto di vivere senza
compromessi, libero di fare e di pensare ciò che vuole.
LE BRET (come sopra): Signor duca!…
DE GUICHE (altezzoso): Lo so, lo so: io ho tutto, lui niente. Ma vi
assicuro che gli tenderei volentieri la mano. (Saluta Rossana:)
Addio.
ROSSANA: Vi accompagno. (De Guiche saluta Le Bret e si dirige con
Rossana verso l’uscita)
DE GUICHE (fermandosi) Sì, certe volte mi capita d’invidiarlo.
Vedete, quando si è avuto troppo successo nella vita, come me, sia
pure senza avere fatto nulla di veramente cattivo, si finisce per
sentire mille piccole nausee di sé, che nell’insieme non danno un
rimorso ma un indefinibile oscuro fastidio. Così i mantelli ducali,
strisciando lungo i gradini che portano al potere, trascinano nelle
pieghe del loro bordo impellicciato cumuli di illusioni inaridite e
rimpianti, come le foglie morte che la vostra veste di vedova smuove
in questo chiostro.
ROSSANA (ironica): Voi un sognatore?…
DE GUICHE: E già. (Fermandosi all’improvviso prima di uscire) Le
Bret! (A Rossana:) Scusatemi. Soltanto una parola.
(Raggiunge Le Bret e gli parla a bassa voce) E’ vero: nessuno
oserebbe aggredire il vostro amico, ma molti lo odiano. Qualcuno a
corte, ieri, mi ha detto: «Quel Cirano potrebbe morire per
disgrazia».
LE BRET: Ah!
DE GUICHE: Sì. Ditegli di uscire poco. Che sia prudente.
LE BRET: Prudente lui? Tra poco sarà qui. L’avvertirò ma…
ROSSANA (a una suora che si avvicina): Che c’è?
SUORA: Ragueneau, signora. Vuole vedervi.
ROSSANA: Fatelo entrare. (Al duca e a Le Bret:) Viene a pianger
miseria. Da quando s’è messo in testa di essere un autore drammatico
le ha passate tutte. E’ stato cantante…
LE BRET: Inserviente ai bagni turchi…
ROSSANA: Attore.
LE BRET: Sacrestano…
ROSSANA: Parrucchiere…
LE BRET: Maestro di liuto…
ROSSANA: Che mestiere farà adesso?
RAGUENEAU (entrando precipitosamente): Signora! (Scorge Le Bret)
Signore!
ROSSANA (sorridendo): Raccontate pure i vostri guai a Le Bret. Torno
subito.
RAGUENEAU: Ma, signora… (Rossana esce senza ascoltarlo con il
duca. Lui si avvicina a Le Bret)
 
SCENA 3
Le Bret e Ragueneau
 
RAGUENEAU: Bene, giacché ci siete voi, meglio che la signora non
sappia. Stavo andando appunto a trovare il vostro amico. Ero a una
ventina di passi da casa sua quando lo vedo uscire. Lo seguo per
raggiungerlo. Lui sta per svoltare l’angolo, io gli sono dietro…
quando all’improvviso – non so se per disgrazia – un servo lascia
cadere un tronco dalla finestra sotto cui passava…
LE BRET: Vigliacchi!… E Cirano?
RAGUENEAU: Io accorro e vedo…
LE BRET: Cosa?
RAGUENEAU: Vedo il nostro amico, il nostro poeta, a terra con la
testa rotta.
LE BRET: Morto?
RAGUENEAU: No, ma… Mio Dio! L’ho raccolto e trasportato a casa
sua, nella sua stanza… Vedeste che stanza!
LE BRET: Soffre?
RAGUENEAU: No, signore. E’ svenuto.
LE BRET: Avete chiamato un medico?
RAGUENEAU: Sì, uno che è venuto per pura cortesia. Ha parlato di
febbre, di meningi… Non so spiegarvi. Ah, se voi lo vedeste! Ha la
testa tutta fasciata… Corriamo, presto. Non c’è nessuno con lui.
Se si alza potrebbe morire.
LE BRET (trascinandolo verso l’uscita): Vieni, passiamo per la
cappella. Faremo prima.
ROSSANA (entrando e vedendo Le Bret allontanarsi, lo chiama): Signor
Le Bret! (Le Bret e Ragueneau scompaiono senza rispondere)
Le Bret che se ne va quando io lo chiamo?! Ragueneau deve averne
combinata qualcuna delle sue.
 
SCENA 4
Rossana sola, poi due suore, un attimo
 
ROSSANA: Com’è bello quest’ultimo giorno di settembre. La mia
tristezza sorride. Lei che rifiuta l’aprile, si lascia sedurre dalla
dolcezza dell’autunno. (Si siede al telaio. Due suore escono dalla
casa e portano una grande poltrona sotto l’albero) Ecco la sua
poltrona.
SUORA MARTA: E’ la migliore che abbiamo.
ROSSANA: Grazie, sorella. (Le suore escono) Sta per venire. (Si
mette al lavoro. Si sentono i tocchi di un orologio) Già l’ora…
Strano. I miei gomitoli! – Già l’ora? Mi stupisce. Sarebbe in
ritardo per la prima volta. Forse la suora della portineria l’ha
fermato – dov’è il ditale?… eccolo – per esortarlo alla penitenza.
(Pausa) Ma ormai non dovrebbe tardare. Guarda, una foglia morta.
(Allontana col dito la foglia caduta sul ricamo) No, certo, niente
potrebbe – le forbici… qui nella borsa – impedirgli di venire.
UNA SUORA (comparendo sulla soglia): Il signore di Bergerac.
 
SCENA 5
Rossana, Cirano e, per un momento, Suora Marta
ROSSANA (senza voltarsi): Che dicevo?
(Ricama. Entra Cirano, pallidissimo, il cappello calato sugli occhi.
La suora va via. Lui viene avanti lentamente reggendosi a fatica sul
bastone. Rossana è presa dal suo ricamo) Ah, queste tinte
sfiorite…
Come metterle assieme?
(A Cirano, in tono di affettuoso rimprovero:) Dopo quattordici anni,
per la prima volta, in ritardo!
CIRANO (giunge alla poltrona e si siede; poi con voce allegra, in
contrasto con la tensione del viso): Sì, che pazzia! Non ci posso
pensare. Sono in ritardo a causa…
ROSSANA: Di che?
CIRANO: Una visita piuttosto inopportuna.
ROSSANA (distratta, continuando a lavorare): Ah, qualche seccatore?
CIRANO: No, una seccatrice.
ROSSANO: L’hai mandata via?
CIRANO: Sì, le ho detto: scusatemi, ma oggi è sabato, giorno in cui
devo recarmi in un certo posto – e mai niente, finora, mi ha potuto
impedire di andarci. Ripassate tra un’ora.
ROSSANA (leggera, futile, superficiale): Bene. Questa persona dovrà
aspettare per vederti. Non ti lascerò andare prima di sera.
CIRANO (dolce): Forse dovrò andarmene prima. (Chiude gli occhi e
tace per un istante. Suora Marta passa loro davanti. Rossana le fa
un piccolo cenno d’intesa)
ROSSANA (a Cirano): Ma come, non importuni la tua suora Marta?
CIRANO (riaprendo gli occhi di colpo): Come no! (Contraffacendo
comicamente la voce:) Suora Marta, venite qui! (La suora si
avvicina)
Ah ah!… Occhi belli sempre bassi!
SUORA MARTA (alzando gli occhi con un sorriso): Ma… (Nel guardarlo
in viso da vicino ha un moto di stupore)
CIRANO (a bassa voce, indicando Rossana): Zitta, non è niente.
(Riprendendo il suo tono spaccone, ad alta voce:) Anche ieri ho
mangiato carne!
SUORA MARTA: Capisco. (Tra sé:) Per questo è così pallido.
(In fretta, a bassa voce ) Sì, ma poi passerete al refettorio a bere
una buona tazza di brodo… Verrete, vero?
CIRANO: Sì, sì.
SUORA MARTA: Meno male. Siete più ragionevole oggi.
ROSSANA (sentendoli bisbigliare): Che fa, cerca di convertirti?
SUORA MARTA: Me ne guardo bene!
CIRANO: E’ vero vuol convertirmi! Perché non mi tenete un bel
sermone, voi che avete una chiacchiera così pia? Perché? Mi
stupisce… (Con furore da buffone:) Ma stasera voglio stupirvi
anch’io. Guardate, vi permetto… (S’interrompe, come cercando la
provocazione giusta) Ecco, stasera vi permetto di… pregare per me.
ROSSANA: Oh, oh!
CIRANO (ridendo): Suora Marta non ha parole.
SUORA MARTA (dolce): Non ho mai atteso il vostro permesso. (Rientra)
CIRANO (tornando a Rossana, china sul ricamo): Al diavolo, se potrò
mai vedere la fine di questo ricamo!
ROSSANA: Ecco, me l’aspettavo. (Il vento, frattanto, fa cadere delle
foglie)
CIRANO: Le foglie…
ROSSANA (sollevando il capo e fissando lo sguardo lontano): Sono
d’un biondo veneziano, stinto. Guarda come cadono.
CIRANO: Cadono bene. Riescono a mettere una loro ultima bellezza nel
viaggio, sia pure così breve, dal ramo alla terra; e malgrado il
terrore d’imputridire, vogliono che questa loro caduta abbia la
grazia d’un volo.
ROSSANA: Sei triste?
CIRANO (riprendendosi): Ma no, Rossana, per niente!
ROSSANA: Su, allora, lascia perdere le foglie… E raccontami cosa
c’è di nuovo.
CIRANO: Dunque…
ROSSANA: Sì.
CIRANO (sempre più pallido, lottando contro il dolore): Sabato il re
Luigi di Borbone ebbe la febbre per indigestione ma la sua malattia
venne arrestata e per lesa maestà fu condannata. Domenica al gran
ballo della corte di candele esaurirono le scorte. Le nostre truppe,
pare, hanno battuto l’esercito imperiale in un minuto.
Quattro stregoni furono impiccati per essersi al demonio consacrati.
E alla cagnetta di madame d’Athis hanno fatto un clistere lunedì…
ROSSANA: Cirano, ti prego!
CIRANO: Martedì poi… non è successo niente salvo che Lygdamire
cambiò d’amante.
ROSSANA: Ah!
CIRANO (mentre il viso va sempre più alterandosi): Mercoledì
ventitré per una gita la corte a Fontainebleau si è trasferita. Lo
stesso giorno inoltre la Montglait ha detto un secco no al conte di
Fiesque. Giovedì la Mancini sembra che sia rimasta a dormire con il
re. Venerdì la Montglait ci ha ripensato e ha detto infine sì al suo
innamorato. Sabato ventisei…
(Chiude gli occhi. China il capo. Silenzio)
ROSSANA (lo guarda sorpresa e si alza allarmata): E’ svenuto! (Gli
corre accanto chiamandolo:) Cirano!
CIRANO (riaprendo gli occhi, stordito): Che c’è?… Che?… (Vede
Rossana china su di lui e, riaggiustandosi il cappello, si ritrae
sulla poltrona) No, no! Ti assicuro, non è niente. Lasciami.
ROSSANA: Ma…
CIRANO: E’ la mia ferita di Arras… che… qualche volta… sai…
ROSSANA: Povero amico mio.
CIRANO: Non è niente. Sta passando. (Si sforza di sorridere) Ecco, è
passato.
ROSSANA (accanto a lui): Ognuno di noi ha la sua ferita: io ho la
mia. Qui, sempre viva, quest’antica ferita (si mette la mano sul
petto) è qui, sotto la lettera ingiallita macchiata di pianto e di
sangue.
(Comincia a calare il crepuscolo)
CIRANO: La sua lettera… Non mi promettesti che un giorno, forse,
me l’avresti fatta leggere?
ROSSANA: La sua lettera?… Vorresti?…
CIRANO: Sì… Voglio… Adesso…
ROSSANA (dandogli il sacchetto che porta al collo): Tieni.
CIRANO (prendendolo): Posso aprirlo?
ROSSANA: Aprilo… Leggi. (Ritorna al suo ricamo, lo piega, riordina
le lane).
CIRANO (leggendo): «Rossana, addio, sto per morire!».
ROSSANA (fermandosi, turbata): Così, ad alta voce?
CIRANO (leggendo): «E’ per stasera, credo, amore mio. Ho l’anima
ancora greve d’amore inespresso, e devo morire. Mai più questi miei
occhi esaltati, questi miei sguardi che…».
ROSSANA: Ma come la leggi, questa lettera?!
CIRANO (continuando): «…questi miei sguardi che non conobbero
altro splendore che te, mai più baceranno al volo i tuoi gesti.
Rivedo adesso un piccolo movimento che ti è familiare quando ti
tocchi la fronte, e vorrei gridare…».
ROSSANA (turbata): Ma come la leggi?!
CIRANO (mentre va facendosi sempre più buio): «…e grido:
addio!…».
ROSSANA: La leggi con…
CIRANO: «Mia cara, mia cara, mio tesoro…».
ROSSANA (sognante): Con una voce…
CIRANO: «Amore!…».
ROSSANA: Con una voce… (trasalendo) che sento adesso per la prima
volta.
(Gli si avvicina dolcemente, senza che lui se ne accorga, e passa
dietro la poltrona, chinandosi silenziosamente per guardare la
lettera. Il buio aumenta)
CIRANO: «Il mio cuore non ti lasciò mai sola un secondo; io sono e
sarò anche all’altro mondo, colui che t’ama senza misura, colui
che…».
ROSSANA (poggiandogli una mano sulla spalla): Come fai a leggere al
buio?
(Lui trasale, si volta, se la vede accanto, ha un moto di sgomento e
china il capo. Un lungo silenzio. Poi, nell’ombra, Rossana riprende
a parlare, giungendo le mani:) E per quattordici anni hai recitato
la parte del vecchio amico che viene per distrarmi!
CIRANO: Rossana!
ROSSANA: Eri tu.
CIRANO: No, Rossana, no!
ROSSANA: Avrei dovuto capirlo da come dicevi il mio nome.
CIRANO: No, non ero io!
ROSSANA: Eri tu!
CIRANO: Te lo giuro!
ROSSANA: Ora capisco tutto: le lettere, eri tu…
CIRANO: No!
ROSSANA: La voce quella notte tu…
CIRANO: No, te lo giuro.
ROSSANA: L’anima era la tua!
CIRANO: Non ti ho mai amata.
ROSSANA: Tu mi amavi!
CIRANO: Non io – l’altro!
ROSSANA: Tu!
CIRANO (debolmente): No.
ROSSANA: Lo dici già più piano.
CIRANO: No no, mio caro amore… io non ti ho amata mai.
ROSSANA: Ah, quante cose sono morte stasera… e quante ne sono
nate! – Ma perché, perché hai taciuto per quattordici anni se il
pianto su questa lettera è tuo e lui non c’entra per niente?
CIRANO (restituendole la lettera): Il sangue è suo.
ROSSANA: E allora perché spezzare proprio stasera questo sublime
silenzio?
CIRANO: Perché?… (Entrano di corsa Le Bret e Ragueneau)
 
SCENA 6
Gli stessi, Le Bret e Ragueneau
LE BRET: Che pazzia! Eccolo, ne ero certo – è là!
CIRANO (sorridendo e alzandosi): Toh, chi si vede!
LE BRET: Signora, si è ucciso per venirvi a trovare!
ROSSANA: Mio Dio!… Ma allora, quella sua debolezza improvvisa…
quella…
CIRANO: E’ vero. Non ho terminato il mio notiziario… Sabato
ventisei qualche ora fa hanno colpito a morte Bergerac.
(Si toglie il cappello mostrando il capo fasciato)
ROSSANA: Ma che dice?! – Cirano! – Sei ferito!… Che ti hanno
fatto? Perché?
CIRANO: «Poter morire colpito al petto, lealmente, dalla spada di un
eroe…» – sì, dicevo così. Ma il destino s’è preso gioco di me…
Ed eccomi ammazzato in un’imboscata, alle spalle, da un servo, con
un tronco. Molto bene. Ho sbagliato tutto – anche la morte.
RAGUENEAU: Signor Cirano!…
CIRANO: Ragueneau, non piangere così forte!… (Gli tende la mano)
Dimmi, che mestiere fai adesso, amico mio?
RAGUENEAU (piangendo): Spengo le… le candele al teatro di Molière.
CIRANO: Molière!
RAGUENEAU: Ma domani mi licenzio – sì, sono indignato!… Ieri, alla
recita dello Scapino, mi sono accorto che v’ha rubato tutta una
scena.
LE BRET: E’ vero. Tutta.
RAGUENEAU: Sì, signore – quella che dice: «ma che diavolo ci andava
a fare in quella galera?…».
LE BRET (furioso): Molière te l’ha rubata!
CIRANO: Zitti! Ha fatto bene… (A Ragueneau:) E dimmi – com’è
andata la scena? Ha fatto effetto?
RAGUENEAU (singhiozzando): Che risate, signore! ridevano tutti.
CIRANO: Ecco la mia vita: far da suggeritore, ed essere dimenticato.
(A Rossana:) Ti ricordi quella sera in cui Cristiano ti parlò sotto
il balcone? Bene, la mia vita è tutta lì: mentre io restavo giù
nell’ombra, l’altro saliva a cogliere il bacio della gloria. E’
giusto, lo riconosco ora che sto per morire: Molière ha del genio e
Cristiano era bello.
(Si odono i rintocchi della campana e si vedono, sul fondo, passare
le suore che vanno alla funzione) Che vadano pure a pregare. La loro
campana le chiama.
ROSSANA (alzandosi per chiamare aiuto): Sorella! Sorella!
CIRANO (trattenendola): No, non andare. Non mi ritroveresti più. (Le
suore sono scomparse nella cappella. Si sente suonare l’organo) Mi
mancava giusto un po’ di musica…
ROSSANA: Io ti amo. Vivi!
CIRANO: No. Soltanto nelle favole si dice che il principe,
sentendosi dire «ti amo», sciolse la sua bruttezza al sole delle
parole… Ma tu lo sai che per me non c’è sole.
ROSSANA: Io sono stata la tua rovina, io!
CIRANO: Tu? Al contrario. Io ignoravo la dolcezza femminile. Mia
madre non mi ha mai trovato bello. Sorelle non ne ebbi. Le amanti le
ho fuggite per paura del loro sarcasmo. A te devo tutto sommato,
d’avere avuto un’amica. A te devo se anche nella mia vita è passato
il fruscio di una veste.
LE BRET (mostrandogli la luna): Ecco l’altra tua amica che viene a
trovarti.
CIRANO (sorridendo alla luna): La vedo.
ROSSANA: Non ho amato che un uomo solo, e lo perdo due volte.
CIRANO: Le Bret, vado a raggiungere la luna senza nemmeno bisogno
d’inventare una macchina che mi ci porti…
ROSSANA: Ma che dici!
CIRANO: Ma sì – quello è il mio paradiso. Più d’un’anima che m’è
cara è in esilio lassù, ne sono certo. Vi incontrerò Socrate,
Galileo…
LE BRET (ha un moto di ribellione): No! No! Tutto questo è troppo
stupido – è ingiusto!… Un poeta come lui, un cuore così grande,
morire così… morire…
CIRANO: Ecco Le Bret che si mette a brontolare.
LE BRET (scoppiando a piangere): Amico mio…
CIRANO (alzandosi, delirando): Questi sono i cadetti di
Guascogna!… La massa elementare… Non è vero?… Ecco il punto…
LE BRET: La sua scienza… Delira.
CIRANO: Copernico ha detto…
ROSSANA (sospira): Cirano…
CIRANO: Ma che diavolo c’è stato a fare, che c’è stato a fare lui in
questa galera?!… Filosofo, fisico, poeta, uomo d’armi, musicista
trasvolatore di spazi, gran polemista e anche amante – ma per conto
d’altri, qui giace Cirano di Bergerac che in vita sua fu tutto e non
fu niente… Me ne vado. Scusatemi. Non posso farmi attendere: lo
vedete, il raggio della luna viene a prendermi. (Ricade a sedere. Le
lacrime di Rossana lo richiamano alla realtà. Lui la guarda e le
accarezza i veli) Io non voglio che tu smetta di piangere
l’affascinante, il bello, il buon Cristiano; voglio soltanto che
quando il gran gelo avrà freddato le mie vertebre tu dia un doppio
senso a questi tuoi funebri veli – voglio che il suo lutto diventi
anche un poco il mio lutto.
ROSSANA: Io ti giuro…
CIRANO (scosso da un tremito, si alza): Non qui – non seduto in
poltrona! (Qualcuno fa per sostenerlo. Lui lo respinge) Non
reggetemi.
(Si appoggia all’albero) Un albero mi basta.
(Silenzio) Eccola che viene. Mi sento già i piedi di marmo, le mani
di piombo.
(Irrigidendosi) Ma, visto che viene… voglio aspettarla in piedi…
(estrae la spada) e armato.
LE BRET: Cirano!
ROSSANA: Cirano. (Tutti indietreggiano spaventati)
CIRANO: Mi sta guardando… Mi pare proprio che mi guardi, che si
permetta di fissarmi il naso – lei che sul teschio camuso non ha
naso… (si mette in guardia) Che dite? Che è inutile resisterle?…
Lo so. Ma non si combatte solo per vincere. No, è assai più bello
quando è inutile!…
Vi vedo. Quanti siete? Mille? – Vi riconosco, ci siete tutti…
tutti i miei vecchi nemici!
La Menzogna? (Tira colpi di spada nel vuoto) Tieni! Prendi! Ah ah!
Il Compromesso, il Pregiudizio, la Viltà… (Duella) Volete che
venga a patti? Mai!… Ah, eccoti anche te, la Stupidità!… Lo so
che alla fine l’avrete vinta voi, ma non m’importa: io mi batto! mi
batto! mi batto!
(Fa ruotare vorticosamente la spada e si ferma affannando)
Sì, m’avete preso tutto: l’alloro e la rosa. Prendete! Prendete!…
Ma c’è qualcosa che porto con me, nonostante voi, qualcosa con cui
stasera saluterò l’azzurra soglia del cielo nel presentarmi a Dio,
qualcosa che non ha piega né macchia…
(si lancia con la spada levata verso il vuoto) qualcosa che…
(La spada gli scivola dalle mani, barcolla, cade nelle braccia di Le
Bret e Ragueneau)
ROSSANA (chinandosi e baciandolo): Che cosa?
CIRANO (riaprendo gli occhi e sorridendo): Qualcosa… qualcosa
che…
(Muore)
 
Edmond Rostand dal Cirano di Bergerac(e’il V atto)
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