Archive for novembre, 2007


Teatro Canzone

– Io mi chiamo G.
– Io mi chiamo G.
– No, non hai capito, sono io che mi
chiamo G.
– No, sei tu che non hai capito, mi
chiamo G anch’io.
 
– Ah, Il mio papà è molto importante.
– Il mio papà… no.
 
– Il mio papà è forte, sano e intelligente.
– Il mio papà è debole, malaticcio… e un po’ scemo. 
 
– La mia mamma è molto bella assomiglia a Brigitte Bardot.
– La mia mamma è brutta… bruttissima. La mia mamma assomiglia a… la mia mamma non assomiglia!
 
– Il mio papà ha tre lauree e parla perfettamente cinque lingue.
– Il mio papà ha fatto la terza elementare e parla in dialetto. Ma poco, perché tartaglia.
 
– Io sono figlio unico e vivo in una grande casa con diciotto locali spaziosi.
– Io vivo in una casa piccola, praticamente un locale. Però c’ho diciotto fratelli!
 
– Il mio papà è molto ricco guadagna 31 miliardi al mese che diviso 31 che sono i giorni che ci sono in un mese, fa un miliardo al giorno.
– Il mio papà è povero: guadagna 10.000 al mese che diviso 31 che sono i giorni che ci sono in un mese fa… circa… 10.000 al giorno!!! …al primo giorno. Poi dopo basta.
– Noi siamo ricchi ma democratici. Quando giochiamo a tombola segniamo i numeri con i fagioli.
– Noi, invece, segniamo i fagioli con i numeri. Per non perderli.
 
– Il mio papà è così ricco che ogni anno cambia la macchina, la villa e il motoscafo.
– Il mio papà è così povero che non cambia nemmeno idea.
 
– Il mio papà un giorno mi ha portato sulla collina e mi ha detto: Guarda! Tutto quello che vedi un giorno sarà tuo.
– Anche il mio papà un giorno mi ha portato sulla collina e mi ha detto: guarda!
Basta.
 
Giorgio Gaber
 
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Quando tu sarai vecchia, bimba (Ronsard già te lo disse),
ricorderai quei versi che io recitavo.
Avrai i seni tristi d’aver cresciuto i figli,
gli ultimi germogli della tua vita vuota…
Io sarò così lungi che le tue mani di cera
areranno il ricordo delle mie rovine nude.
Comprenderai che può nevicare in Primavera
e che in Primavera le nevi son più crude.
Io sarò così lungi che l’amore e la pena
che prima vuotai nella tua vita come un’anfora piena
saranno condannati a morire tra le mie mani…
E sarà tardi perché se n’è andata la mia adolescenza,
tardi perché i fiori una volta danno essenza
e perché anche se mi chiamerai io sarò così lungi.
 
Pablo Neruda
 
Mio caro Simone, dopo di te il rosso non è più rosso, l’azzurro del cielo non è più azzurro, gli alberi non sono più verdi. Dopo di te, devo cercare i colori dentro la nostalgia che ho di noi… i nostri sguardi rubati in mezzo a un mondo di ciechi, che non volevano vedere.
 
 
Daphne: Osgood, voglio essere leale con te: non possiamo sposarci affatto.
Osgood: Perché no?
Daphne: Beh… in primo luogo io non sono una bionda naturale…
Osgood: Non m’importa.
Daphne: …e fumo, fumo come un turco…
Osgood: Non m’interessa.
Daphne: Ho un passato burrascoso: per più di tre anni ho vissuto con un sassofonista.
Osgood: Ti perdono.
Daphne: Non potrò avere mai bambini…
Osgood: Ne adotteremo un po’.
Daphne: Ma non capisci proprio niente, Osgood! Sono un uomo!
Osgood: Beh, nessuno è perfetto
 
Da "A qualcuno piace caldo"
 

I’ll Be There For You

So no one told you life was gonna be this way
Your job’s a joke, you’re broke, your love life’s DOA
It’s like you’re always stuck in second gear,
When it hasn’t been your day, your week, your month,
or even your year, but…

I’ll be there for you…
When the rain starts to pour
I’ll be there for you…
Like I’ve been there before
I’ll be there for you…
‘Cause you’re there for me too.

You’re still in bed at ten, though work begins at eight,
You burned your breakfast, so far things are going great,
Your mother warned you there’d be days like these,
But she didn’t tell you
when the world was brought down to your knees
that…

I’ll be there for you…
When the rain starts to pour
I’ll be there for you…
Like I’ve been there before
I’ll be there for you…
‘Cause you’re there for me too.

No one could ever know me. No one could ever see me.
Seems your the only one who knows what it’s like to be me
Someone to face the day with.
Make it through all the mess with.
Someone I’ll always laugh with.
Even at my worst, I’m best with….
you – yeah

It’s like you’re always stuck in second gear,
When it hasn’t been your day, your week, your month,
or even your year, but…

I’ll be there for you…
When the rain starts to pour
I’ll be there for you…
Like I’ve been there before
I’ll be there for you…
‘Cause you’re there for me too…

TRADUZIONE

Ci Sarò Per Te

Così nessuno ti ha detto che la vita va così.
Il tuo lavoro è uno scherzo, sei a pezzi, la tua vita amorosa è già morta
E’ come se fossi sempre bloccata in seconda
e quando non è il tuo giorno, la tua settimana, il tuo mese
o anche il tuo anno, ma…

Ci sarò per te…
quando la pioggia comincia a scrosciare
Ci sarò per te…
come ci sono già stato prima
Ci sarò per te…
perché anche tu ci sei per me…

Stai ancora a letto alle 10 e il lavoro comincia alle 8.
Hai spazzolato già la colazione, le cose vanno alla grande.
Tua madre ti ha avvertito che ci sarebbero stati giorni come questi,
Ma non ti ha detto che quando il mondo ti sta mettendo in ginocchio..

Ci sarò per te…
quando la pioggia comincia a scrosciare
Ci sarò per te…
come ci sono già stato prima
Ci sarò per te…
perché anche tu ci sei per me…

Nessuno riesce mai a conoscermi… Nessuno riesce mai a vedermi.
Sembra tu sia l’unica che sa cosa vuol dire essere me.
Qualcuno con cui affrontare il giorno… Farcela in mezzo a tutto il resto
Qualcuno con cui potrò sempre ridere..
Anche se sto al mio peggio, sto al meglio con… te, si.

E’ come se fossi sempre bloccata sulla seconda marcia
e quando non è il tuo giorno, la tua settimana, il tuo mese
o anche il tuo anno, ma…

Ci sarò per te.. quando la pioggia comincia a venire giù scrosciante
Ci sarò per te.. come ci sono già stato prima
Ci sarò per te.. perché anche tu ci sei per me..

Rembrandts

Marcus Brigstocke

 

I videogiochi non influenzano i bambini. Voglio dire, se Pac-Man avesse influenzato la nostra generazione, staremmo tutti saltando in sale scure, masticando pillole magiche e ascoltando musica elettronica ripetitiva.

John Adams

 
Devo studiare politica e guerra perché i miei figli possano avere la libertà di studiare matematica e filosofia. I miei figli dovrebbero studiare matematica e filosofia, geografia, storia naturale, costruzione navale, navigazione, commercio e agricoltura così da dare ai loro figli il diritto a poter studiare pittura, poesia, musica, architettura, scultura, e ceramica.
 
 
L’extraterrestre di piazza del mercato
 
Dicembre. Su Milano, nebbia. Ma attraversata da qualche gelido raggio di sole. Una di quelle giornate, insomma, fatte per sembrare, o essere speciali. La guerra, finita da poco, ha reso la città una specie di colabrodo, scavata in tutte le sue viscere, piena di caverne, di mucchi inconsulti di macerie. E là nella piazza del mercato, uscendo da scuola come tutti i giorni, annoiato e ribelle all’ora di mangiare, incontrai Tarcisio. Tarcisio il barbone, con il cappellaccio tirato sulla fronte, le unghie nere, i silenzi eterni, le improvvise immobilità.
Tarcisio aspettava una mela o una pera dai banchetti della frutta, qualcosa rimediava sempre. Dormiva fra gli scarti e i detriti. Se aveva ancora fame, chiedeva cibo e ringraziava chi lo beneficava togliendosi il cappello, con una buffa, nobile cortesia che mi metteva soggezione. A forza di osservarlo – ero attratto verso di lui da un’inspiegabile calamita interiore – mi resi conto che ne avevo paura. Nel mondo dei "normali" che mi circondavano, io, bambino di otto anni assetato di mistero, lo vedevo diverso, assurdo, minaccioso, potente. Un angelo? No, piuttosto un extraterrestre, una creatura di altri mondi scesa chissà perché nella piazza del mercato.
Mangiava la minestra dalla gavetta di alluminio che i milanesi chiamano schiscètta, ci affondava la testa, serio, concentrato, e non voleva disturbo. A forza di guardarlo e girargli intorno, avevo trovato il coraggio di considerarlo pacifico. Raccoglieva giornali chissà dove e li lisciava, li lisciava, allineandoli in pacchi ordinati vicino a lui. Mi rendevo conto in modo indistinto che viveva vendendoli a qualcuno, o portandoli al macero. "Cosa ne fai?" mi ero azzardato a domandargli e lui. "Sono il mio pane". Anche se mi sembrava inutile, per un extraterrestre, un giorno gliene portai alcuni presi da casa, fra quelli già letti. Li accettò, ringraziò, ma non ricordo nessuna delle parole che disse, credo le abbia inghiottite la nebbia.
Tarcisio cantava in spagnolo. Con la conoscenza musicale di poi, credo fosse un tango argentino, sempre lo stesso: Adios muchachos… La affidava all’aria di neve, che gli ovattava gli acuti, smorzava gli esotici fuochi fuori zona. Oppure certi giorni, affondava in sproloqui filosofici di cui nessuno, nemmeno lui con il suo cervello di alieno riusciva a capire qualcosa. La nostra amicizia finì per colpa di uno scherzo. Tarcisio mangiava come di consueto, la fronte praticamente dentro la schiscètta. Un gruppo di ragazzi lo circondò senza parere: un colpo al gomito, per fargli rovesciare un po’ di minestra. Lui ebbe una reazione immediata, si alzò in piedi minaccioso, altissimo, marziano. I monelli scapparono via. Tutti. E anch’io scappai. Facevo pur parte di quella gentaglia, la brutta gente che ci avrebbe dato questa Italia qui.
 
Questo racconto è stato scritto da Giorgio Gaber per "Il Messaggero" in occasione del Natale 1995
 

Norman Packard

 
Un fisico è un matematico con il senso della realtà.
 
 
Mio padre, che era davvero un brav’uomo, mi diceva sempre: "Non perderla, la tua ignoranza, non potrai mai sostituirla."