L’extraterrestre di piazza del mercato
 
Dicembre. Su Milano, nebbia. Ma attraversata da qualche gelido raggio di sole. Una di quelle giornate, insomma, fatte per sembrare, o essere speciali. La guerra, finita da poco, ha reso la città una specie di colabrodo, scavata in tutte le sue viscere, piena di caverne, di mucchi inconsulti di macerie. E là nella piazza del mercato, uscendo da scuola come tutti i giorni, annoiato e ribelle all’ora di mangiare, incontrai Tarcisio. Tarcisio il barbone, con il cappellaccio tirato sulla fronte, le unghie nere, i silenzi eterni, le improvvise immobilità.
Tarcisio aspettava una mela o una pera dai banchetti della frutta, qualcosa rimediava sempre. Dormiva fra gli scarti e i detriti. Se aveva ancora fame, chiedeva cibo e ringraziava chi lo beneficava togliendosi il cappello, con una buffa, nobile cortesia che mi metteva soggezione. A forza di osservarlo – ero attratto verso di lui da un’inspiegabile calamita interiore – mi resi conto che ne avevo paura. Nel mondo dei "normali" che mi circondavano, io, bambino di otto anni assetato di mistero, lo vedevo diverso, assurdo, minaccioso, potente. Un angelo? No, piuttosto un extraterrestre, una creatura di altri mondi scesa chissà perché nella piazza del mercato.
Mangiava la minestra dalla gavetta di alluminio che i milanesi chiamano schiscètta, ci affondava la testa, serio, concentrato, e non voleva disturbo. A forza di guardarlo e girargli intorno, avevo trovato il coraggio di considerarlo pacifico. Raccoglieva giornali chissà dove e li lisciava, li lisciava, allineandoli in pacchi ordinati vicino a lui. Mi rendevo conto in modo indistinto che viveva vendendoli a qualcuno, o portandoli al macero. "Cosa ne fai?" mi ero azzardato a domandargli e lui. "Sono il mio pane". Anche se mi sembrava inutile, per un extraterrestre, un giorno gliene portai alcuni presi da casa, fra quelli già letti. Li accettò, ringraziò, ma non ricordo nessuna delle parole che disse, credo le abbia inghiottite la nebbia.
Tarcisio cantava in spagnolo. Con la conoscenza musicale di poi, credo fosse un tango argentino, sempre lo stesso: Adios muchachos… La affidava all’aria di neve, che gli ovattava gli acuti, smorzava gli esotici fuochi fuori zona. Oppure certi giorni, affondava in sproloqui filosofici di cui nessuno, nemmeno lui con il suo cervello di alieno riusciva a capire qualcosa. La nostra amicizia finì per colpa di uno scherzo. Tarcisio mangiava come di consueto, la fronte praticamente dentro la schiscètta. Un gruppo di ragazzi lo circondò senza parere: un colpo al gomito, per fargli rovesciare un po’ di minestra. Lui ebbe una reazione immediata, si alzò in piedi minaccioso, altissimo, marziano. I monelli scapparono via. Tutti. E anch’io scappai. Facevo pur parte di quella gentaglia, la brutta gente che ci avrebbe dato questa Italia qui.
 
Questo racconto è stato scritto da Giorgio Gaber per "Il Messaggero" in occasione del Natale 1995