Archive for marzo, 2012


Postilla dell’autore a “gli ultimi giorni di Pompeo”

Cari Voi che mi avete seguito sin qui. Cosi’ finisce l’ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo capitolo della mia vita.
Questi s’era aperto “fumettisticamente” nel settantasette con Pentothal (del quale Pompeo e’, forse, l’alter ego invecchiato), e, tra alti e bassi chiude adesso, nove anni dopo.
Anni che, come si dice, sono “volati”

In questi anni ho scoperto diverse cosucce.
Intanto ho scoperto di non essere un genio.
Perché si, lo confesso, da ragazzo ci speravo.
Invece no, sono un fesso qualsiasi.
Però, c’è sempre un però, è vero, sono un disegnatore eclettico.
Un disegnatore ecletto-sfaticato.
Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose, deficienze a volte gravi delle quali chiedo a qualcuno di perdonarmi.
Infine ho scoperto che il papiro che sto “passando in bella” non ci starà mai nello spazio che mi resta perché la balestra si frega tutto il posto le.
Ora che vivo in campagna come un cretino non sono più depresso e quindi saluto volentieri gli amici che mi rimastono qua e là nelle città.
Le amiche soprattutto.
Di me, volendo si può dire tutto il male che si vuole, però tante di quelle cose non sono vere.
Capisco viceversa la delusione di qualcuno quando si è accorto che il fumettaro per cui tifava altri non era che il fesso di cui sopra.
Ora, naturalmente , che son fesso me lo posso dire io da solo, perché sono sempre in grado di stracciare il novanta per cento dei vostri.
Però (di però ce ne possono essere i pacchi), non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo, casomai subito prima, o subito dopo, mai durante.
Voglio dire che alla fine ho sempre fatto quel che ho voluto, senza badare acchè ‘ste cose si potessero poi rivendere di su o di giù.
Ora che vivo in campagna i ragazzi di qui mi chiamano “Vecchio Paz” e, faccio per dire, ho ventinove anni.

Andrea Pazienza,  Gli Ultimi giorni di Pompeo

 

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Lo chiamiamo granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello, né sabbia.
Fa a meno di nome
generale, individuale,
instabile, stabile,
scorretto o corretto.

Non gli importa del nostro sguardo, del tocco
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale
è solo un’avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto
o di cadere ancora.

Dalla finestra c’è una bella vista sul lago,
ma quella vista, lei, non si vede.
Senza colore e senza forma,
senza voce, senza odore e dolore
è il suo stare in questo mondo.

Senza fondo lo stare del fondo del lago
e senza sponde quello delle sponde.
Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.

Né al singolare né al plurale quello delle onde,
che mormorano sorde al proprio mormorio
intorno a pietre non piccole, non grandi.

E il tutto sotto un cielo per natura senza cielo,
dove il sole tramonta non tramontando affatto
e si nasconde non nascondendosi dietro una nuvola ignara.
Il vento la scompiglia senza altri motivi
se non quello di soffiare.

Passa un secondo.
Un altro secondo.
Un terzo secondo.
Ma sono solo tre secondi nostri.

Il tempo passò come un messo con una notizia urgente.
Ma è solo un paragone nostro.
Inventato il personaggio, insinuata la fretta,
e la notizia inumana.

Wislawa Szymborska

E’ una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;
niente che abbia a che vedere, infatti,
con i soliti giochi di fine settimana.
Potete anche pensare, a prima vista,
che io sia matto come un cappellaio,
eppure, a conti fatti,
vi assicuro che un gatto deve avere in lista
TRE NOMI DIFFERENTI. Prima di tutto quello che in
famiglia
potrà essere usato quotidianamente,
un nome come Pietro o come Augusto, o come
Alonzo, Clemente,
come Vittorio o Gionata, oppure Giorgio o Giacomo
Vaniglia –
tutti nomi sensati per ogni esigenza corrente.
Ma se pensate che abbiano un suono più ameno,
nomi più fantasiosi vi possono consigliare:
qualcuno pertinente ai gentiluomini,
altri più adatti invece alle signore:
nomi come Platone o Admeto, Elettra o
Filodemo –
tutti nomi sensati a scopo familiare.
Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome
che sia particolare e peculiare, più dignitoso;
come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda
perpendicolare,
mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?
Nomi di questo genere posso fornirvene un quorum,
nomi come Mustràppola, Tisquàss o Ciprincolta,
come Bombalurina o Mostrardorum,
nomi che vanno bene soltanto a un gatto per volta.
Comunque gira e rigira manca ancora un nome:
quello che non potete nemmeno indovinare,
né la ricerca umana è in grado di scovare;
ma il GATTO LO CONOSCE, anche se mai lo confessa.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile effabile
effineffabile
profondo inscrutabile ed unico NOME.

T.S. Eliot, Il libro dei gatti tuttofare. Trad. di Roberto Sanesi, Bompiani , Milano, 1962. Prima ristampa, 1974, seconda ristampa, 1990.