Category: racconti


Siamo tutti concordi nel ritenere la simpatia una delle caratteristiche fondamentali di una persona, insieme all’intelligenza e alla bellezza (e al suo conto in banca).

Ma in un mondo dove, pronunciate con il giusto accento, le parole bello e furbo significano rispettivamente «pezzo di ciospo» e «bravo fesso», anche l’espressione «è simpatico» deve destare sospetto, se usata in due contesti particolari.

«Com’è quella ragazza?» – «Mah… è simpatica». In questo caso si indica, senza possibilità di malintesi, che la suddetta ragazza è irrimediabilmente un rospo., «Ti presento un mio amico. E un ingegnere, però è simpatico». In quest’altro caso si intende implicitamente che la stragrande maggioranza degli ingegneri sono degli sfigati totali.

E nell’immaginario collettivo, effettivamente, l’immagine dell’ingegnere non spicca per brillantezza. Egli è riconosciuto come un genialoide e ci si fida di lui ogni qual volta si prende un aereo, si sale su una funivia, si passa su un viadotto o dentro una galleria. Ma nella lista delle persone con cui si gradirebbe passare una serata, l’ingegnere viene poco prima del mostro di Milwaukee.

Oltretutto è l’ingegnere stesso ad alimentare questa cattiva fama e a ritenere che la nomea di noiosissimo attribuita ai suoi colleghi (non a se stesso, si badi) sia del tutto meritata. Al punto che il metodo più rapido per far breccia nel suo cuore è dirgli “tu sei un ingegnere atipico”.

Ma è tutto vero? Gli ingegneri sono realmente dei noiosissimi fanatici di motori a propulsione idrodinamica, o sotto la rude scorza di civili, elettrici, meccanici, nucleari e quant’altro si nascondono degli allegri simpaticoni ? E in che modo saper risolvere un’equazione differenziale di quarto grado li aiuta nella vita di tutti i giorni?

DA BAMBINO 
Ingegneri si nasce o si diventa? Né l’uno né l’altro. Quello che conta è nascere in una famiglia della serie «mio figlio sarà un ingegnere e io farò di tutto affinché ciò accada». Apparentemente simile ai suoi coetanei, dunque, a uno sguardo attento il bimbo predestinato è riconoscibile da alcuni particolari.

Il nome. 
L’ovvia osservazione che nessun «Gigi» o «Pino» sarà mai un importante dirigente d’azienda fa sì che il genitore avveduto programmi persino il nome del nascituro, che non viene scelto dall’elenco dei Santi, bensì da quello dei premi Nobel. Più il nome è altisonante e più importante è il personaggio, maggiori saranno le aspettative dei genitori.

L’educazione 
E una parte fondamentale del progetto «figlio ingegnere» e una delle più difficili da realizzare. Si tratta di far apparire interessante ed allettante una carriera da progettista alla Fiat. Un’opera propagandistica che, in quanto a fantasia, supera quella del lancio di una nuova versione di Windows.

La tattica è semplice: si tratta di incensare Ingegneria e contemporaneamente gettare fango su tutte le altre facoltà e professioni, con frasi del tipo:
«Guarda com’è robusto e alto quel signore, Elvio; è senz’altro un ingegnere».
«Dai cento lire a quel laureato in scienze politiche che chiede l’elemosina, Odoacre».
«uuuh, Rinaldo, guarda che carina quella bimba. Da grande diventerà sicuramente la moglie di un ingegnere… ».
«Aleramo, fai il bravo, altrimenti chiamo l’idraulico! ».

Tra le mura domestiche verranno lette solo fiabe opportunamente modificate: Biancaneve e i sette ingegneri minerari, Cappuccetto Rosso e il Filosofo cattivo, Pollicino (con il rettore di Lettere nella parte dell’Orco). I papà più diabolici arriveranno anche a doppiare i film e il bimbo crescerà avendo come eroe l’Ingegner Rambo.

I giochi 
Mentre i bambini normali fanno le battaglie con i soldatini, l’ingegnerino all’età di due anni ha già ricevuto una confezione da 20 kg di Lego, il Meccano, il Piccolo Chimico e ha dovuto firmare una dichiarazione in cui si impegna, prima di richiedere altri doni, a trovare il punto di fusione dello stagno e a costruire una riproduzione del ponte di Brooklyn in scala 1:10. E se proprio riesce a convincere i suoi a regalargli un bambolotto, si ritroverà ad essere l’unico bambino della compagnia a giocare con «Big jim progettista», in giacca e cravatta e 24 ore in finta pelle.

Al giorno d’oggi cambia la forma, ma resta la sostanza; niente Lego né Big jim, dunque. Ma, quando tutti i bambini videogiocano con Lara Croft o Fifa 2000, l’ingegnerino passa le sue ore al computer a «divertirsi» con Autocad 14.

Come salvarsi 
Se vi chiamate Rubbia (di nome), se nella versione del Titanic che avete visto la colpa era di un cattivissimo architetto che aveva sabotato l’ altrimenti magnifico piano dell’Ing. Di Caprio e se all’ultimo Natale vi hanno regalato un tecnigrafò, siete messi male. L’unica soluzione è far fuori mamma e papà. Del resto, il fatto che essi abbiano deliberatamente deciso di farvi perdere 5 diottrie e metà dei capelli entro i 24 anni, e di farvi passare il resto della vostra vita a progettare alberi a camme, costituirà sicuramente un’attenuante nel caso vi becchino.

Ma attenzione: pensate prima a come mettere in pratica il vostro proposito. Se vi vengono in mente soluzioni efferate, passi. Ma se pensate di collegare alla maniglia della porta del salotto un’asta a bilanciere che, innestandosi in un toroide genera un impulso elettromagnetico che manda un segnale radiocomandato a un braccio meccanico che agisce sul grilletto di un fucile a precisione…

Se pensate tutto questo, lasciate perdere: l’opera di ingegnerizzazione è stata completata e non c’è più niente da fare.

L’UNIVERSITA’ 
Per il predestinato, l’iscrizione al Politecnico rappresenta solo un atto burocratico, una banale azione il cui risultato sarà il riconoscimento formale, da parte dello Stato, del suo essere un ingegnere. Cosa che, peraltro, egli sapeva benissimo di essere già dalla nascita.
Pertanto la scelta della facoltà non è il risultato di dubbi angosciosi e di notti insonni passate a sfogliare i piani di studio di tutte le università italiane, da Araldica a Zoologia. No, andare all’università è una cosa che egli sa già fare, geneticamente, come dimensionare un flussometro o calcolare il logaritmo neperiano di 3.

Ma non tutti gli iscritti al primo anno di Ingegneria hanno la forza dei propri cromosomi dalla loro.

C’è chi lo fa come precisa scelta per entrare più facilmente nel mondo del lavoro (salvo poi scoprire, una volta laureato, che le statistiche erano sbagliate, e che sarebbe stato molto più conveniente iscriversi a Geologia o, meglio ancora, fare un corso da parquettista).
C’è chi lo fa perché al liceo aveva 8 in matematica e fisica e chi perché, nelle stesse materie, aveva 4, ma «era tutta colpa dei professori che non sapevano valorizzare il mio lato scientifico. Gliela farò vedere io, chi aveva ragione … ». Tempo medio di permanenza in facoltà: 3 settimane, 1 mese al massimo, se c’è qualche compagna di corso carina (evento altamente improbabile).

E, a proposito di compagne carine, non mancano nemmeno le iscrizioni dettate dal cuore più che dalla ragione:
«Anche il mio ragazzo si è iscritto a Ingegneria. Così frequenteremo le stesse lezioni e studieremo insieme e ci vedremo tutto il giorno» (Per coppie innamorate e/o psicopatiche).
«Il mio ragazzo si è iscritto a Economia, e la sede di Ingegneria è quella più lontana» (Per coppie già un po’ meno innamorate).
«Il mio ragazzo è al secondo anno di Ingegneria: almeno non dovrò comprare i libri» (Coppia che non ha più niente da dirsi o coppia genovese).

Analisi 
Mai nome fu più azzeccato: non si contano gli aspiranti ingegneri che finiscono in analisi dopo il 12′ tentativo di passare l’esame. E in effetti questo esame è uno dei più grossi spartiacque del corso di laurea: chi riesce a passarlo solo al 10′ tentativo perderà notti di sonno, perderà peso e perderà i capelli. Chi lo passa alla prima, in compenso, perderà gli amici: l’invidia è una gran brutta bestia.
In entrambi i casi affrontare l’esame di Analisi 1 ha un che di epico, è un po’ come una grande battaglia, ognuno ha la sua fetta di aneddoti più o meno grotteschi da raccontare. E, come le grandi battaglie, anche Analisi 1 ha i suoi eroi.

Pensate a Ciccio (non un gran nome per un ingegnere, ma tant’è … ) che, dopo mesi di accurata preparazione, si presenta a dare l’esame, salutando gli amici al grido di «ho studiato tutto. L’unica cosa che proprio non so, sono i due teoremi di Lagrange. Non ho capito niente».

… 15 minuti dopo

Professore: «Buongiorno».
Ciccio: «Buongiomo».
Professore: «Dunque…. cosa potrei chiederle… mi dimostri il teorema di Lagrange».
L’uomo comune inizierebbe a urlare, a balbettare patetiche scuse o a piagnucolare sul tono «le giuro che è l’unica cosa che non ho studiato, mi faccia un’altra domanda, la prego … ».
Ma Ciccio è un eroe e affronta la morte guardandola negli occhi:
«Quale? Il primo o il secondo? ».
«II primo».

A questo punto la platea è conquistata e segue la vicenda col fiato sospeso, sperando nel miracolo. Ciccio è già entrato nel mito e, se cedesse, lo capiremmo. Ma lui no. Prolunga l’agonia e lotta fino all’ultimo.

«Veramente il Primo non l’ho fatto».
«Non importa. Mi dimostri pure il secondo».
«Non ho fatto neppure il secondo. Vado? ».
«Vada».

Applausi e pacche sulle spalle.

Ciccio è anche il perfetto esempio di un’altra classe di laureandi: lo sfortunatissimo.Quello a cui chiederanno sempre l’unica parte che non ha studiato 0, se ha studiato tutto, quella che ha capito un po’ meno o, se ha capito tutto, qualcosa che non è nel programma o che non è neppure ancora stato dimostrato.
Per questo, all’appello successivo, i Cicci combattivi si preparano sempre più meticolosamente, arrivando a telefonare ai pronipoti di Lagrange, per chiedere se per caso il loro trisavolo non avesse un terzo teorema gelosamente custodito nel cassetto (la probabile risposta sarà: effettivamente sì, l’abbiamo venduto ieri a un professore di Ingegneria, ha detto che lo avrebbe usato per un esame … )

Alla fine però, stanchi di lottare, i Cicci di tutte le sezioni di Ingegneria si piegheranno al destino, accetteranno qualunque voto pur di porre fine al calvario e si laureeranno con un’immeritatissima media del 22.

Scienza delle costruzioni 
Esperienza comune a tutti i corsi di laurea, è considerato dai professori e da una certa categoria di studenti come un esame fondamentale per la formazione del laureando. E’ invece un orrido mattonazzo secondo altri studenti, quelli che hanno una vita.

La materia insegnata varia a seconda del corso di laurea, così come l’insegnante. Ciò nonostante alcune peculiarità si manifestano trasversalmente in tutte le sezioni, da Elettronica a Gestionale:

> il professore ha 80 anni, un nome strano e ripete la stessa lezione, parola per parola, negli stessi giorni e alla stessa ora da 35 anni. Lieve controindicazione: gli ultimi ritrovati della scienza e della tecnica sono un tantino «trascurati» e il professore, nella lezione del 12 febbraio, auspica l’avvento di uno strumento di calcolo più veloce del pur sempre utilissimo regolo.
> non esiste alcun libro su cui studiare. Oppure ce ne sono 12, da cui prendere a spizzichi e bocconi. Oppure ce n’è uno solo, ma è in tedesco, scritto a mano con calligrafia indecifrabile.
> l’esame comincia con la frase «Le chiederò qualcosa di facile … » e finisce con lo studente in lacrime, giunto al livello più basso della sua autostima.

Contrariamente ad Analisi, Scienza delle costruzioni è un esame che si passa alla prima. La variabile, in questo caso, è il tempo necessario per prepararsi e per passare lo scritto. Ed è una variabile molto variabile: si va da tre settimane (il figlio del rettore) ad alcuni anni.

In più è un esame letale per quelli successivi, perché in qualunque caso provoca reazioni scomposte dei professori e tre frasi tipiche:

> Per chi lo ha passato per un pelo: «Eh, ma lei mi ha preso solo 18 di Scienza, io non posso certo darle di più. Che figura ci faremmo?».
> Per chi lo ha passato alla grande: «Ma come? Lei mi prende 30 di Scienza delle Costruzioni e mi viene a dire che non conosce la teoria di Xrebohjhrtevic? Ma lo ha passato lei o un suo sosia?».
>Per chi non lo ha ancora sostenuto: «Ma come? Lei non mi ha ancora passato Scienza e si presenta qui da me?».

L’ultimo caso è il peggiore, perché a questo punto al povero studente tocca pure sorbirsi un’ardita metafora, diversa a seconda della sezione:
> (Civile) «Lei vuole costruire il tetto prima di aver gettato le fondamenta?».
> (Meccanica) «Lei vuole progettare il tergicristallo prima di aver dimensionato il motore?».
> (Chimica) «Lei vuole fare reagire lo stagno con l’uranio e invece usa il plutonio?» (metafora che non c’entra assolutamente niente; del resto i chimici sono gente strana).

L’ultimo esame 
Il passaggio del tempo a Ingegneria è segnato dall’allungarsi dei nomi degli esami. Si passa da Fisica a Meccanica Razionale (strano nome che sottintende l’esistenza di una Meccanica Irrazionale) a Meccanica Applicata alle Macchine. E ultimo esame, pertanto, di solito si chiama «Ingegneria del Reattore Nucleare a Fusione», “Cinetica Statica dei processi chimici industriali” o “Principi e Metodologie della Progettazione Meccanica”.

La prima parte del corso, quella più complessa, consiste nell’impararne il nome a memoria.
La seconda parte è una prova di coraggio e fantasia: si tratta di presentarsi all’esame sapendo il meno possibile e di inventare la scusa più assurda per giustificare la propria totale impreparazione.
A riprova del livello di ottenebramento psichico raggiunto, il laureando pretende non solo di passare l’ultimo esame senza sapere nemmeno di cosa parli, ma se prende meno di 28 si lamenta pure.
D’altro canto, applicato nella vita di tutti i giorni, il ragionamento non è del tutto campato in aria: al bar, per esempio, dopo ventotto birre si può sperare che almeno la ventinovesima sia offerta dalla casa.

La tesi 
E una specie di rappresentazione teatrale della vita che verrà, dell’impatto, ormai prossimo, dell’ingegnere con il mondo del lavoro. In quanto tale, i primi mesi di tesi vengono passati nell’inattività più assoluta (rappresentazione della disoccupazione). Poi a giocare a Tetris con il potentissimo computer acquistato per scrivere la tesi (periodo di formazione). Quindi ci si getta nella stesura della tesi vera e propria, con l’entusiasmo del neoassunto.

Qualche mese dopo, da questo sforzo titanico uscirà un’imperdibile opera di 600 pagine, interessantissima già a partire dal titolo: Influenza della pallinatura sulla resistenza a fatica di un composito a matrice metallica. Dopo aver speso novecentomila lire tra fotocopie e rilegatura, il quasi ing. si avvia orgoglioso in segreteria, consegnando la tesi con una settimana di anticipo rispetto alla scadenza, «cosi avranno il tempo di leggerla con più attenzione».

Li lo sbarbato vedrà che il suo prezioso lavoro verrà riposto in una campana di plastica bianca con la strana scritta «Solo Carta» e gli verrà consegnato un modulo in cui gli si chiede di esporre in tre righe titolo e contenuto della tesi. Tre! Riuscire a condensare in tre righe sei mesi di ricerche è un’impresa che meriterebbe la laurea ad honorem in Lettere. Vista la lunghezza dei titoli, tra l’altro, si finisce con lo scrivere cose del genere:

Tìtolo: Analisi della fattibilità del progetto di contenimento dell’inquinamento acustico nelle immediate vicinanze dell’Aeroporto di Malpensa 2000, mediante l’installazione di barriere fonoassorbenti in silicato laminato. Contenuto: Fattibile». Dopodiché, 10 minuti di discorso dall’effetto più potente di un litro di valium e l’ingegnere è finalmente tale. Il suo destino è compiuto.

CERCARE LAVORO 
Uh uh uh uh aha: illusion
Ultimo anno di liceo. E maggio. La maturità, e la matura età, sono alle porte. C’è l’esame e dopo… la vita. Per prepararsi alla maturità basta studiare. Ma come prepararsi alla vita? Niente di meglio che una bella sessione di «Incontri preparatori alle grandi scelte della vita. Come capire qual è la facoltà giusta». Oggi è la volta di ingegneria. Dalla cattedra si alza e parla un top manager molto convinto; in platea siedono e pensano ragazzi molto scettici e poco interessati.

Top Manager Convinto: «Buongiorno ragazzi. Vi vedo bene».
Ragazzo Scettico: (bravo, hai scelto gli occhiali giusti).
«Siete giovani ed è giusto che adesso siate spensierati … ». (Veramente io me la sto facendo addosso al pensiero della maturità).
« ma dovete anche pensare al futuro». (Ci penso eccome: speriamo che non mi chiedano Dante).
«E il futuro nel vostro caso si chiama studio». (Però! 3 anni di asilo, 5 di elementari, 3 di medie, 5 – incrociando le dita – di liceo e il mio futuro «si chiama studio»? Che fantasia!)
«lo sono qui per illustrarvi i pregi della scelta di Ingegneria. E per non essere troppo astratto, vi illustrerò le tappe del mio personale cammino».

(Ecco, bravo, spiegami cosa devo non fare per non diventare come te.)

Seguono 40 minuti di «tappe», durante i quali di tutto si parla tranne che di soldi. Ma il Top lascia comunque intuire che si guadagni una barca di denaro e, miracolo, molti scettici cominciano a cambiare idea e a domandarsi:
«Ma sarà facile trovare un lavoro? ».
«Vi starete domandando se è facile trovare un lavoro. Beh, lasciate che vi dica una cosa: è come trovare una donna per una rockstar! Ve lo assicuro, ragazzi: altro che laurea, altro che quinto anno, già al quarto avrete alla porta le migliori aziende italiane che vi imploreranno di andare da loro.

«Abbiamo fame di ingegneri. Per bruciare i tempi avevo quasi pensato di portare dei contratti già oggi. Per cui ragazzi anzi, Ingegneri, vi prego: fate in fretta. Abbiamo bisogno di Voi».

Quattro anni dopo, il fu studente scettico, ora aspirante top manager convinto, se ne uscirà con frasi del tipo:
«Mamma, oggi mi sono iscritto al quarto anno. Se passa Agnelli, digli che sono occupato, devo studiare, semmai . lo richiamo. Anzi, sai che faccio? Stacco il telefono, così mi lasciano in pace».

Dopo un altro anno abbondante, esaltato dalla laurea appena conseguita e ancora sull’onda dell’illusione «da incontro preparatorio», il neo ingegnere non accenna neppure a cercare lavoro. Se ne sta beatamente seduto ad aspettare che il lavoro cerchi lui.
Dopo un mese di silenzio assoluto ha un’intuizione geniale: non lo cercano perché nessuno ancora sa della sua laurea; la grande mossa pertanto consiste nel telefonare alla Telecom per fare aggiungere un «Ing.» davanti al suo nome nell’elenco.

Dopo un altro mese passato nell’indifferenza generale, comincia a sospettare che il telefono sia rotto; acquista un cellulare e di tanto in tanto si chiama da solo per vedere se il telefono di casa funziona ancora.

I primi curricula 
Ai terzo mese, essendo un tipo sveglio, l’ingegnere capisce di essere stato preso per i fondelli e comincia attivamente a cercare lavoro, inviando tre curricula miratissimi: uno alla Nasa, uno alla fondazione Nobel e uno alla «Punzonatrici Rossi & Figli», una ditta con tre dipendenti e un fatturato annuo di 42 milioni ma con ottime caratteristiche pratico – logistiche (è a venti metri da casa).

Gli annunci sul giornale 
La fase successiva è quella dell’acquisto e della febbrile consultazione di «Repubblica» al giovedì e del «Corriere» al venerdì. Se ancora si illudeva di essere una persona comune e di poter fare un lavoro normale, la lettura degli annunci economici toglie ogni residua speranza al neo ingegnere.

Si passa dalla richiesta di un… «Seníor Customer Engineer, con esperienza di almeno 4 anni nel supporto specialistico ai grandi clienti in ambienti Mission Critical su reti di elevata complessità. E’ richiesta inoltre predisposizione alla Customer Satisfáction>>

… all’annuncio più informale, frivolo, quasi un invito in discoteca: «Il nostro cliente è la filiale di una potente multinazionale. Sono splendide le loro macchine punzonatrici, laser e piegatrici per lavorare la lamiera. Ricerchiamo un Project Manager un po’ speciale che porterà un po’ di esperienza succhiata in società di ingegneria, impiantistica o progettazione».

A parte l’ovvia considerazione che chiunque abbia pensato questi annunci (tutti veri soffre di gravi turbe psichiche, si nota un’altra misteriosa peculiarità: in quelli letti dal neolaureato si cerca sempre qualcuno con almeno 2 anni di esperienza, mentre chi vuole cambiare lavoro (e chi non lo vorrebbe, dopo qualche anno passato in compagnia di «splendide macchine punzonatrici»?) non trova altro che richieste di neolaureati.

Altri curricula 
La terza e ultima fase è quella della disillusione totale o «chicojocojo» (dal nome di un famoso lanciatore di coltelli giapponese): l’invio di curriculum a raffica.
E un’escalation: la prima settimana sono 50, poi 100, 200, 400 e così via, al punto che il primo anno di stipendio servirà solo a coprire le spese postali.
Di rimando alle 700 lettere inviate arrivano ben quattro risposte: tre sono variazioni sul tema «La ringraziamo per l’interessamento e, volassero gli elefanti, prenderemmo in considerazione la sua proposta. Non ci scriva mai più!».

La quarta lettera, miracolosamente, è l’invito a un colloquio.

Il colloquio 
E uno scontro fra titani. Il re della domanda subdola contro il principe della risposta ipocrita. Da una parte si esordisce con «Come mai ha scelto proprio la jenningsen Technology?», dall’altra si pensa: «Perché, fra tutte le lettere mandate completamente a caso, siete gli unici fessi che mi hanno risposto» ma si risponde: «Le dirò, operare nel campo delle brocciatrici è sempre stato il mio grande sogno».
«Ci dica un suo difetto» «Tendo a essere troppo preciso e mi lascio prendere in maniera eccessiva dal mio lavoro». «Stiamo cercando una persona dalla spiccata personalità … ». «Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno».
« … ma che sappia anche lavorare in team e riconoscere l’autorità dei suoi superiori». «Signorsì! ». «Le piace viaggiare?». «Molto e credo che poter viaggiare per lavoro sia un grande privilegio». «Peccato, perché la sede di lavoro sarà nell’hinterland milanese». «da anni che desidero avere l’occasione per approfondire la conoscenza di Rozzano. A mio modo di vedere, una piccola Parigi». «Visto il particolare momento, lo stipendio che le potremo offrire per un periodo iniziale, diciamo per i primi dieci anni, non sarà elevatissimo». «I’importante è avere l’opportunità di fare esperienza in una società come la Vostra». Questa è la frase magica. Massima flessibilità e minimo costo: l’ingegnere ha trovato lavoro. Fuori uno. Per il nostro premier, che sia Berlusconi o D’Alema, si tratta ora di assegnarne soltanto altri 999.999.

LAVORI TIPICI 
Quando ci si sente dire «leri ho conosciuto un tizio simpatico; fa il bancario», non si risponde «Ah, e che lavoro fa?» (a meno che non si voglia passare per idioti). Un bancario lavora in banca.
Parimenti un fotografo fotografa, un insegnante insegna e un giornalista scrive articoli sul giornale.
Un medico potrà avere diverse specializzazioni, ma si occuperà pur sempre di curare le persone.
E un ingegnere? Che fa un ingegnere? Tali e diversi fra loro sono i suoi possibili impieghi che rispondere alla domanda «che lavoro fai?» con «ingegnere» è come descrivere Bruno Vespa dicendo che «appartiene alla razza umana».

Ecco una breve guida per districarsi nei meandri della professione.

Analista di reti 
Non è lo psichiatra di Ronaldo, ma uno dei mestieri più in voga nel campo dell’informatica. Uno dei pochi lavori da ingegnere ben retribuito, per inciso. L’analista passa il suo tempo a frequentare corsi di aggiornamento in cui impara a usare programmi che, una volta finito il corso, saranno già obsoleti.
Egli tiene appeso a una parete il suo primo floppy disk (uno di quelli grossi) e, nelle serate davanti al camino, rilegge con un sentimento di malincoallegria gli appunti dell’Università, con le previsioni del suo prof. di informatica riguardo alla «necessità di avere un hard disk da almeno 20 Mb».

Analyst&Production management consultant 
Quello del Consultant non è un lavoro. E’ un job. E l’ingegnere non viene scelto perché le sue capacità eri si adattano ai bisogni dei mercato, bensì perchéi suoi skills si adattano ai needs del market, come gli viene spiegato al momento dell’assunzione da un abbronzatissimo Head of Personal & Human Resources, generalmente di nome Rudy.

Durante il primo mese, il neoassunto si mantiene sulla soglia di «produttività zero», passando il tempo a frequentare corsi in cui Rudy lo indottrina sulla storia dell’azienda, sulla mission e la vision dei dipendenti e sul motto aziendale, di solito up or out, perform or out o simili.
In seguito la sua produttività reale resta ancorata a zero, ma quella fittizia (su cui fattura) si impenna esponenzialmente. Quello del consulente, infatti, è un lavoro inutile che consiste nel far credere a un imprenditore con trent’anni di esperienza di aver bisogno dei «consigli» di un pischello di venticinque anni.

La carriera dell’ingegnere giustamente motivato sarà fulminea: partito come Junior Assistant Consultant, dopo due anni diventerà Assistant Consultant e in altri due Senior Assistant Consultant.

Poi Consultant, Senior Consultant, Consultant +, Consultant con lode, Consultant Doppio Malto.

Dopo 43 anni diventerà Manager e poi Partner e finalmente qualcuno gli spiegherà che cacchio di lavoro ha fatto fino ad allora.

Il commerciale 
E quello che risponde agli annunci in cui si cerca un Sales Manager. Lavora nel reparto vendite di un’azienda leader in qualcosa in un qualche punto dell’Universo. E giusto che, oltre a ragionieri e laureati in economia, il reparto marketing impieghi anche un ingegnere: niente di meglio di un tecnico specializzato per interfacciarsi coi clienti e avere rapporti con loro con la forza del sapere dalla propria. Purtroppo, dopo qualche anno lontano dai macchinari, l’ingegnere si deingegnerizza e il suo lavoro diventa: rispondere alla telefonata del cliente, ascoltare la sua domanda, frugare nel proprio bagaglio tecnico, non trovare niente, dire: «Attenda in linea che le passo l’ufficio tecnico».

Col passare del tempo il commerciale migliora vieppiù le sue doti di interfacciamento fino al giorno in cui si infila una gonna e decide di farsi chiamare Cinzia, prendendo piena coscienza della sua identità di centralinista.

Il dottorando 
L’imboscato, quello che ha capito che tipo di lavoro fanno gli ingegneri e vuote sfuggire a tutti i costi a quel triste destino, dandosi all’insegnamento universitario.
All’uopo si accoda a uno dei tanti baroni dotati di cattedra, diventandone l’assistente. Ciò gli vale l’assegnazione di importanti incarichi, quali portare la borsa del professore, aprirgli la porta quando passa e riverniciargli lo studio, compito riservato solo a pochi eletti. Come unica consolazione gli viene concesso di partecipare agli esami. La notte prima la passa insonne a progettare ogni possibile nefandezza, felice per la possibilità di vendicarsi di tutti quegli ingiusti 30 concessi alle sue compagne di corso dalla gonna un po’ corta. Inutile dire che, da pezzo di pane qual è, tutti gli studenti cercano di essere interrogati da lui e che, alla vista della prima caviglia, è 30 e lode per tutti.

L’ingegnere 
Oscura e serissima figura, circondata da un alone di mistero e di timore reverenziale, tiene nelle sue mani il potere assoluto riguardante uno dei più importanti esami della nostra vita: quello della patente.
Si tratta di un personaggio che suscita inquietanti interrogativi, che contribuiscono a rafforzare il mito dell’ingegnere in senso lato: innanzitutto, perché si chiama «Ingegnere»? C’è bisogno di una laurea per capire che se uno va contromano è meglio non dargli la patente? E se davvero ce n’è bisogno, perché proprio quella in ingegneria? Gli ingegneri guidano molto meglio degli architetti? O degli avvocati?

Ingegnere edile 
Quello che, fra 1 tutti i colleghi, ha più contatto con la realtà.

Manco troppo, comunque, visto che in cantiere all’ingegnere viene riservato lo stesso trattamento che si adotta con il nonno rompiballe che ancora si crede il capofamiglia. Egli passeggia per il cantiere, impartendo direttive ed è tutto un «Buongiorno ingegnere, certo ingegnere, sarà fatto, sissignore ingegnere». Mezzo secondo dopo che se n’è andato ci si dimentica di lui e dei suoi ordini e si riprende a lavorare sul serio.

Il momento più alto è quando si tratta di eseguire dei calcoli vitali per il proseguimento dei lavori. Il cantiere è fermo, in trepida attesa. L’ing. consulta il manuale, gli appunti e le sue risorse mentali.

Armeggia con un centinaio di strumenti ed emette il verdetto: qui ci vuole una putrella da 25,7 mm di diametro. Ed è vero. La putrella da 25,7 è perfetta per lo scopo. Anzi, lo sarebbe, se non fosse per il piccolo particolare che le putrelle da 25,7 non esistono. Ma all’ingegnere non importa, non è un problema suo se i produttori di putrelle non tengono conto delle esigenze del cantiere. Egli ha indicato la retta via, spetta agli altri trovare un modo per seguirla. Se fosse per lui, ne potrebbero anche ordinare uno stock su misura e se i costi del progetto dovessero raddoppiare, pazienza. Cos’è il denaro, di fronte alla perfezione di un pilone in cemento armato? A risolvere l’impasse, arriva l’operaio anziano che dà un’occhiata alle carte e butta li un «è vero. Però anche quelle da 26 (esistenti) vanno benone».

Progettista di flussometri 
Ovvero l’impersonificazione della tristezza.
Sede di lavoro: fabbrichetta a conduzione familiare, di proprietà del suocero, nell’estrema periferia di un qualsiasi hinterland nord italiano, lontano da tutto ma «comodo autostrada». Il miracolo economico italiano, insomma.
Obiettivo: progettare e garantire l’evoluzione tecnologica di un apparecchietto grosso come una moneta da cento, che andrà inserito in un raccordo in gomma per tubazioni plastiche, prodotto di punta della ditta e orgoglio del bisnonno fondatore.
Il progettista si distingue dagli altri ingegneri perché alla domanda «Che lavoro fai?», invece di rispondere «ingegnere» e glissare con un commento sul tempo, abbraccia il suo interlocutore e scoppia in un pianto irrefrenabile.

Responsabile controllo qualità 
Uno dei lavori più di moda, ultimamente. Intanto è bene chiarire che «qualità» in questo caso è un termine tecnico, che non ha niente a che vedere con «cosa fatta bene».
La qualità di cui si parla, infatti, si riferisce al processo produttivo dell’azienda e non al prodotto finale.
Per essere un’azienda di qualità, bisogna che la linea produttiva sia organizzata in modo tale che il prodotto finito, diciamo un motore, preso in un giorno qualsiasi sia uguale identico al motore prodotto due mesi dopo. Sulla qualità del motore stesso, non dice niente nessuno.

In pratica un’azienda che produce un motore schifoso potrà definirsi di qualità se, nel tempo, produrrà motori sempre ugualmente schifosi. Se invece di tanto in tanto glie ne dovesse scappare uno buono, beh, sarebbe il segnale che c’è qualcosa che non va.

Il compito dell’Ingegnere Responsabile del Controllo Qualità è far si che ciò non accada.

Intrecciatore di perline 
Sì, proprio così. Oppure il cabarettista, l’intagliatore di legno e tutti gli altri classici mestieri «da scoppiato». Se a prima vista la cosa suscita stupore e sdegno («II figlio di quella lì era ingegnere e adesso ammaestra elefanti in Indonesia. Dove andremo a finire!»), esaminando i lavori elencati qui sopra e provando a calarsi nei panni di chi li ha fatti per davvero si può capire come, dopo una decina di anni di «implementazione dell’awareness del prodotto», il richiamo di una nuova vita da coltivatore di maracuja possa diventare irresistibile.

IL NUCLEO FAMILIARE 

La casa 
La casa è un esempio di tecnologia applicata all’ordine e alla pulizia. Tutto è sempre lustro e funzionante; gli orologi spaccano il minuto, il rotolo di carta igienica è sempre all’inizio, le lampadine non si fulminano mai e comunque ce n’è un intero set di ricambio. La Tv è sintonizzata al millimetro, la dispensa è sempre piena e le porte non hanno mai cigolato negli ultimi 20 anni.
Tutto ciò grazie all’instancabile opera del padrone di casa: la moglie dell’ingegnere (la mamma, per i non coniugati). Tanto è preciso e puntiglioso sul lavoro, infatti, altrettanto l’ingegnere è goffo nelle faccende domestiche.

Non è che l’ingegnere sia il tipico marito che se ne sta in panciolle a guardare la moglie che lavora, tutt’altro: tra i due è il più attivo nelle faccende domestiche. Il problema è una drammatica mancanza del senso della priorità. C’è il rubinetto che perde? Certo, è un fastidio, ma prima c’è da finire di montare l’impianto di innaffiamento automatico in giardino. L’orologio a pendolo è fermo da un mese? E’ un guaio, sì, ma che verrà definitivamente risolto il giorno in cui terminerà il progetto di collegamento via satellite tra la tv del salotto e una telecamera appositamente puntata sul Big Ben.

Chi crede che vivere con un genio della tecnica sia comunque un vantaggio, sappia che nella casa dell’ingegnere gli oggetti si dividono in due classi: oggetti che hanno bisogno di essere riparati e oggetti che funzionano benissimo ma che, «con una piccola modifica», potrebbero funzionare ancor meglio. Inutile dire che questi oggetti, dopo la miglioria, rientreranno nella prima classe.
L’ingegnere che sfrutta le sue nozioni per un lavoro utile è un fenomeno della natura raro e spettacolare come un’aurora boreale e, per giunta, sospetto. La moglie che, tornando a casa, vedrà il marito intento ad aggiustare la caldaia (nonostante il marchingegno per aprire le persiane stando a letto sia ancora da finire) non esulterà di gioia, ma lo affronterà chiedendogli: «Su, confessa! Cos’hai da farti perdonare?».

La moglie 
Parafrasando un noto proverbio, per lei vale il detto «Hai voluto la bicicletta? E adesso non pedali, perché sono sei mesi che tuo marito sta studiando una modifica che ti permetta dì gonfiare le gomme suonando il campanello».
Per quanto l’aver sposato un ingegnere denoti una forte vena masochista, non si può non compatire la poveretta quando, chiedendo al marito «Hai visto dov’è l’accendigas?», si sente rispondere: intendi forse l’attuatore piezoelettrico?». Un adorabile momento di rivincita lo ottiene in quei casi (tutt’altro che rari) in cui anche l’onniscienza del marito nulla può: quando si guasta la macchina, lei si rilassa sul sedile, assiste ai suoi tentativi infruttuosi e, chiamando il carro attrezzi, con malcelata soddisfazione lo liquida con «meno male che ho sposato un ingegnere».

Nonostante tutto, l’imbranataggine del marito nelle faccende di tutti i giorni accende in lei i più alti istinti materni ed è in effetti con abnegazione ed entusiasmo mammesco che cura i rapporti del marito con il mondo esterno.
E lei che, instancabilmente, cerca di spiegargli che non c’è niente di male nell’andare in cantiere con due calzini uguali tra loro e che se anche, addirittura, richiamassero la camicia, il cavalcavia verrebbe bene lo stesso.

E’ lei che in vacanza riesce a fingere entusiasmo quando le si propone: «Cara, che ne dici di fare quella deviazioncina di cui ti parlavo? Sai, c’è la più grande centrale idroelettrica del Sudest asiatico, sarebbe un peccato essere a soli 400 km e perdersela … ».
E lei che, con indomito coraggio, sale senza batter ciglio sull’ultimo aereo progettato dal marito, nonostante i casini combinati l’ultima volta che ha provato a installare l’antenna parabolica.
Ed è con vero orgoglio da mamma che, interrogata a proposito del mestiere del marito, risponderà sempre e comunque «è ingegnere», che faccia il ricercatore in un istituto di fisica nucleare o venda protesi acustiche porta a porta.

I figli 
Due. Sempre. Sarà per la consapevolezza di essere una persona fuori dal comune, per la pressione derivante dalle aspettative della società o per chissà quale altro motivo psicologico, fatto è che l’ingegnere ha una forte pulsione verso la normalità. Appena può, indirizza pensieri e azioni alla ricerca di una conformità alla massa che lo faccia sentire uno dei tanti. Il suo ideale è essere abbastanza alto, ma non tanto da spuntare tra la folla, avere un po’ di pancetta senza essere grasso, vivere in una casa comoda che non sia né una reggia né un tugurio, e così via. Questa disperata ricerca della «media» si accompagna, per deformazione professionale, all’accurata pianificazione del proprio percorso esistenziale.

E, venendo al punto, l’ingegnere pianifica proprio tutto, anche il numero di figli. Due giorni dopo le nozze, mentre la moglie sfoglia i cataloghi premaman, chiedendosi quanti e quali figli le riserverà la sorte, l’ingegnere si fa recapitare a casa l’ultimo «rapporto nascite» dell’Istat, squarcia il pacco, apre il tomo e, terrore, sgomento e disperazione, legge che la famiglia italiana ha, in media, 1,73 figli.

Che fare?
Dopo un primo attimo di sconforto, in cui impreca contro il destino porco che gli impedisce di essere in media, prende la calcolatrice e scopre che, se dovesse fare due figli, la media italiana salirebbe a 1,73000001666. «Vada per due», dice allora alla consorte, simulando serenità. Ma la verità è che non riuscirà mai ad amare davvero quello 0,27 in più del secondo figlio, corrispondente all’incirca al pezzo di gamba tra piede e ginocchio. «Papà, mi sono rotto la tibia» dice il secondogenito, telefonando dal campo di pallone. « Ben ti sta, così impari a rovinare la media», pensa il papà, mentre accorre per portarlo all’ospedale.

L’incrollabile certezza che l’ingegnere debba sempre e comunque avere due figli può portare anche a interessanti considerazioni pratiche:
>Stai per sposare un ingegnere? Scegli una casa adatta a una famiglia di quattro persone.
>Sei figlio unico di un ingegnere? C’è una sorellina in arrivo, anche se hai 37 anni.
>Sei il terzo figlio di una famiglia con papà ingegnere? Adesso sai perché i tuoi genitori e i due fratelli sono scuri di capelli, mentre tu sei biondo.

Stabilito il numero dì figli, veniamo adesso alle loro qualità:

>Uno dei due è bravo, bello e gentile, risponde educatamente, lascia il posto alle vecchiette ed è il chiaro erede delle facoltà intellettuali paterne: a 3 anni risolve le equazioni di terzo grado, a 12 anni va ad «anticipazioni» di matematica, a 24 anni si laurea perfettamente in corso e comincia un’onesta carriera professionale. Du’ palle, insomma.
>L’altro fa il chitarrista punk. Figlio ribelle per eccellenza, cerca in ogni modo di contraddire e mettere in imbarazzo i genitori. Se il papà fa il progettista alla Coca-Cola, ogni qualvolta ci sono ospiti in casa entra in salotto sorseggiando una Pepsi, sostenendo che «i rutti vengono molto meglio» e fornendone le prove a un’audience allibita. Terminato l’istituto tecnico non va all’Università o, peggio ancora, ci va e si iscrive a Scienze Politiche. Dopo 10 anni di dorato esilio a Bora Bora, decide di tornare a casa e rinnegare il passato, in sospetta coincidenza con il mancato arrivo del vaglia internazionale mensile di papà.

Per dare un senso pratico a tutta questa teoria, citiamo due famosi figli di ingegneri:

> Brian May, chitarrista dei Queen. Figlio di un ingegnere elettronico, cominciò la sua carriera suonando una chitarra elettrica costruita con l’aiuto del padre ma, prima di lanciarsi definitivamente nel mondo della musìca, trovò ìl tempo dì laurearsì ìn Astronomia all’Imperial College di Londra.
>James Cameron, regista di Titanic, figlio di un ingegnere navale. Un lampante esempio di persona che ha un cattivo rapporto col mestiere del padre.

Niente sesso siamo ing….egneri 
Da giovane l’ingegnerino ha le idee ben chiare riguardo ai rapporti che vorrebbe avere con le donne: molti e completi. Dalla teoria alla pratica ce ne passa, però, e spesso non va più in là del rapporto orale, nel senso che con una ragazza, al massimo, riesce a farci due chiacchiere.

L’approccio del giovane ingegnere all’altro sesso è reso difficile da due fattori interagenti: la fama di personaggio noiosetto e la diffusione della prosperità nel nostro paese.
Per capire gli effetti del primo fattore, basta immaginarsi il giovanotto che, dopo mesi di preparativi e dopo aver frequentato un corso di training autogeno, decide finalmente di buttarsi: incredibile a dirsi, lei non scappa. Cominciano a parlare, qualche minuto di schermaglie, un po’ di frasi più o meno convenzionali e poi, inevitabile, la mazzata. «E che fai di bello?». «Studio». «Cosa?». «ingegneria».

Qui scatta il vero dramma dell’ingegnere. Qualunque studente di qualsiasi altra facoltà, alla successiva domanda «E che esame stai preparando?» potrà usare le sue esperienze personali come ruota da pavone. «I poeti romantici» risponderà il letterato, «Restauro di opere d’arte» dirà l’architetto; persino un aspirante medico potrà buttare lì «Anatomia. Faccio una tesina sui problemi del cuore … ».

Ma l’ingegnere? Come si può anche solo lontanamente sperare di affascinare una donna esponendo le proprie conoscenze in tema di brocciatrici, ghise o travature iperstatiche? Per riuscire a fare dell’autoironia su un agosto passato a progettare un cuscinetto volvente a rulli conici, ci vogliono un self control e una sicurezza di sé che nessun ventenne in piena tempesta ormonale (negli ingegneri, distratti dagli studi, arriva con un po’ di ritardo) potrà mai avere.

L’effetto negativo del benessere diffuso è più sottile: l’ingegnere è, storicamente, un buon partito.

Cinquant’anni fa la cosa poteva essere utile, almeno al fine di prender moglie. Ora che tutti stanno più o meno bene il suo effetto residuo è quello di farlo piacere alle mamme, la qual cosa è garanzia automatica del non piacere alle figlie.

Per fortuna, come dice Woody Allen, il sesso è un’attività praticabile anche senza la partecipazione di altre forme di vita. Non ci si deve stupire allora che all’ingegnere, in media, manchino quattro diottrie.

Il tempo vola e tanto più per l’ingegnere, pressato dalla consapevolezza che, una volta inserito in un ambiente lavorativo per soli uomini, sarà ben difficile conoscere la potenziate consorte. Ma l’ingegnere è un tipo tenace e, se non riesce a trovare una compagna con i metodi tradizionali, si rivolge agli annunci sui giornali, di cui riportiamo qui sotto un esempio (vero): Ingegnere 48enne, ottima presenza. Sono un uomo estroverso e pieno di interessi. Mi piace leggere, ballare e fare lunghe passeggiate insieme ad una donna dolce e simpatica magari di fronte ad un tramonto romantico. A parte gli scherzi, sono una persona libera sentimentalmente e vorrei per questo concludere il mio stato di libertà incontrando una donna che possa rendermi felice».

Da notare la frase «sono un uomo estroverso e pieno di interessi» seguita da «a parte gli scherzi~>: con tutti i suoi difetti, l’ingegnere è un uomo integerrimo e non riesce a barare neppure in amore.
In un modo o nell’altro, comunque, l’ingegnere riuscirà a trovare moglie (o marito) e fare un paio di bimbi con cui condurre una serena vita familiare. A proposito di questa «serena vita familiare», giova ricordare che Landru (il francese che uccise dieci donne alle quali aveva promesso il matrimonio) era – c’è bisogno di dirlo? – un ingegnere.

HOBBY 
Si dividono in due categorie: quelli veri e quelli immaginari, (pensati al solo scopo di dare un aspetto umano al curriculum. In fondo a una pagina piena di «esperto in sistemi per l’ottimizzazione dell’ispezione visuale dei circuiti stampati» o «progettista di sensori piezoelettrici per il controllo strutturale», il paragrafo Hobby e Sport è vissuto dall’ingegnere come il momento della redenzione, l’ultima possibilità di non sembrare lo sfigato che in realtà è (o crede di essere).

E allora, come tutte le persone in difficoltà, si fa prendere la mano ed esagera: gli sport indicati non sono mai meno di quattro e non è solo roba banale tipo calcio o tennis: si va dal football americano al tiro con l’arco, passando per il chilometro lanciato; tanto, come fanno a controllare?

Certo, bisogna poi avere il coraggio di rispondere: «In gioventù» a un allibito capo del personale che, squadrando il fisico imbolsito del presunto superingegnere, gli chiede dubbioso: «Campione del mondo di snowboard?».
I più sofisticati inseriscono anche qualche disciplina orientale, tipo tae kwon do o judo, a indicare un perfetto connubio tra corpo e spirito. Il parallelismo con l’ingegneria, connubio tra tecnica e intelletto, è immediato. E’ chiaro che per costruire un grattacielo nessuno sarà più adatto di un karateka e pazienza se ha preso solo 19 in Scienza delle Costruzioni.

E non si pensi che ogni ingegnere abbia un solo curriculum; al contrario, gli hobby sono inventati accuratamente in funzione della società alla cui porta si sta bussando. Si manda il cv a una multinazionale che pretende frequenti spostamenti? Hobby: viaggiare, imparare nuove lingue, collezionare modellini di treni e aerei. Si cerca lavoro nel ramo meccanica? «Adoro passare il mio tempo libero facendo dei lavoretti col tornio».

Il risultato è che se qualcuno davvero prendesse sul serio un simile curriculum, bollato come inguaribile fancazzista l’ingegnere troverebbe un posto solo come pierre in una discoteca o come animatore al Club Med.

Ma come passa realmente il suo tempo libero un ingegnere? Quali sono i suoi veri hobby?
Intanto, se gli si rivolge questa domanda, l’ingegnere risponde d’impulso: «Non ne ho». Questo perché, inconsciamente, gli riesce difficile considerare «hobby» il programmare in Visual Basic (e come dar torto al suo inconscio?).
Bisogna allora essere più sottili e cambiare domanda: «Cosa fai quando non sei al lavoro?». Anche così, comunque, non si ottengono risposte significative; questa volta è la vergogna a bloccarlo. Se si riuscisse a piazzare una telecamera nascosta per scrutare nel suo tempo libero, però, si scoprirebbe che l’ingegnere passa le sue serate a disegnare circuiti integrati, a scrivere macro di Excel o a progettare un finto antifurto a led luminosi che inganni il ladro di passaggio.

L’invenzione che cambierà il mondo 
Questo è il vero sogno di ogni ingegnere. E la parola «sogno» cade a fagiolo: generalmente è proprio al risveglio da un lungo sonno che l’ingegnere è convinto di aver avuto l’idea che cambierà la storia. A quel punto prenderà un periodo di aspettativa, si chiuderà in casa e ne uscirà due mesi dopo con il prototipo di una cyber mano per videogiochi che, collegata a un joystick, replichi esattamente i movimenti che la propria mano fa con un secondo joystick.

A quel punto, se la moglie vuole divorziare gli chiederà: «Ma a cosa serve?. Se invece gli vuole impartire una delusione più moderata gli dirà: «Bello. Ma credo che i giapponesi l’abbiano già inventato». Se lo ama ancora come ai primi tempi, gli darà una tisana e lo metterà a letto, sussurrandogli: «Geniale. Ma credo che il mondo non sia ancora pronto».

LA CARTA STAMPATA 
Tra le letture dell’ingegnere c’è il quotidiano a tiratura nazionale, che acquista tutti i giorni e non legge mai. Il mensile in inglese, di solito il «National Geographic» o «Science», anch’esso mai letto ma che ha almeno l’onore di essere sfogliato (l’ingegnere guarda le figure, come in «Topolino»). Per la narrativa, i grandi classici, acquistati a botte di opere omnie, e qualche libro di fantascienza. In questo quadro apparentemente normale, l’occhio attento potrà scovare le prove dell’ingegnerità di padrone di casa. sul comodino, in mezzo a copie intonse di «Time Magazine» e «Scienza e Víta», fanno capolino un paio di riviste specialistiche tipo «Lamiera» o «Saldature Moderne», con interessanti articoli sul mercato degli interruttori bífasici pieni di appunti e sottolineature. Negli scaffali, tra un Proust e un Asimov, troviamo Il manuale del calcestruzzo.

Ma il libro per eccellenza è il Manuale dell’Ingegnere, un’opera omnia che racchiude la summa del sapere tecnologico mondiale, prezioso riferimento nella sua vita di tutti i giorni; ogni sera, prima di dormire, una sfogliatina: come la Bibbia. Qualunque sia l’impiego dell’ingegnere, il manuale è sempre lì, a dargli una mano, a ricordare tutta la teoria che sta alla base della soluzione di ogni problema pratico.

Per problemi particolarmente complessi, dove anche il Manuale dell’Ingegnere nulla può, il nostro eroe rispolvera dalla preziosa teca in cui lo conserva il classico dei classici, l’unico libro che egli abbia veramente letto e amato in vita sua: il Manuale delle Giovani Marmotte.

IL SENSO DEL’ UMORISMO 
Fatto che può sorprendere chi non li conosce, gli ingegneri sono dotati di un grande senso dell’umorismo. Lungi dal renderli il fulcro di una serata, però, questo «dono» li isola ulteriormente dal resto del mondo.

Le battute sulle Serie di Fourier, infatti, sono divertentissime, ma quando solo altre due persone nella tua città sono in grado di capirle, il senso dell’umorismo è un ben misero dono.
E così, quando a fine cena scatta il momento delle barzellette, l’ingegnere si rabbuia, chiudendosi in se stesso, alla disperata ricerca di una barzelletta comprensibile o, peggio ancora, cercando di adattarne una al livello culturale dei commensali. In entrambi i casi è meglio sorvolare sul risultato. Per dovere di cronaca, riportiamo una delle più divertenti barzellette mai raccontate da un ingegnere. «C’è una festa di funzioni. Il Logaritmo parla con x2, Cos(X) sbircia nella scollatura di Sen(x), Tangente di x cura i suoi affari. Tutti si divertono un mondo, tranne ex, che se ne sta sola soletta in un angolo. Sen(x) le si avvicina e le dice: «Dai, non stare lì tutta sola, vieni a parlare con noi, integrati!». «Eh, tanto è lo stesso … ».
Nota: poiché non c’è niente di peggio che spiegare una barzelletta, l’autore si rifiuta di farlo.

Le barzellette 
Ancora più sorprendente, vista la nomea di noiosità che si portano dietro, è che nelle barzellette sugli ingegneri venga loro attribuito il ruolo del furbo/simpatico, quello che era riservato all’italiano nelle storielle con l’inglese e il francese.
Certo, in queste barzellette l’ingegnere va in giro con un fisico e un informatico e non ci vuole molto a svettare in una simile compagnia, ma resta la soddisfazione dell’essere considerato bene. A titolo di esempio:
Un ingegnere, un fisico e un informatico fanno un viaggio in auto. A un certo punto l’auto si blocca.
L’ingegnere: «Prima ho sentito un rumore strano. Secondo me si è rotta la cinghia dell’alternatore, dovremmo provare a sostituirla».
Il fisico: «Hmmm, secondo me si è surriscaldato il motore, dovremmo aggiungere dell’acqua nel radiatore».

L’informatico: «Perché non proviamo a uscire e rientrare?».
Se invece prova ad aggirarsi da solo nel mondo delle barzellette, il nostro eroe non fa una gran bella figura:
Durante la rivoluzione francese, tra i condannati alla ghigliottina c’è anche un ingegnere. Prima di lui devono però essere giustiziati un nobile e un frate.
Il nobile sale sul patibolo e il boia gli chiede: «Vuoi essere giustiziato con la faccia in giù o rivolta verso il cielo?».
«Sono di sangue reale! Noi non chiniamo mai il capo!» e si sistema a faccia in su. Parte la lama e … stonk! si blocca a pochi centimetri dal collo. «Che quest’uomo vada libero! » ordina l’ufficiale che dirige le esecuzioni.

Tocca al frate: «Vuoi essere giustiziato con la faccia in giù o verso il cielo?» chiede ancora il boia. «Voglio guardare il cielo, dove sta Nostro Signore» e anche lui si mette a faccia in su. Di nuovo la lama scatta e… stonk! Ancora una volta si ferma prima del collo del frate. ~

Per ultimo sale l’Ingegnere. Solita domanda cui anche l’Ingegnere risponde «verso l’alto».
Il boia sta per calare la mannaia… «Alt!» grida l’ingegnere. «Fermi tutti, ho trovato il guasto! ».

RITRATTO DI UN INGEGNERE 

Il look 
E’ opinione diffusa che l’ingegnere non badi molto al proprio aspetto e si vesta in base a due soli principi: evitare la morte per congelamento ed evitare l’arresto per offesa al pudore. In realtà, analizzando più attentamente il look di un ingegnere, si nota non una totale assenza di cura e gusto, bensì un’attenzione al proprio abbigliamento «a digradare», dall’alto verso il basso, che riflette la disattenzione crescente con cui l’ingegnere si esamina allo specchio.

Pettinatura normale, ben rasato, gli occhiali potrebbero addirittura essere di Armani. La giacca è decente e la cravatta non ci sta poi così male (anzi, per una coincidenza fortuita, una delle paperette riprende il colore della giacca). Con la camicia iniziano le prime discordanze cromatiche. Indossati pantaloni e cintura, sempre gli stessi indipendentemente da cosa porta sopra, l’ingegnere perde ogni residuo interesse al tema «abbigliamento» e si arriva così all’orrore finale: i calzini, sfidando qualsiasi legge della probabilità, non sono mai in tinta con il resto dell’abito e talvolta neppure fra loro.

Le scarpe 
…beh le scarpe devono solo essere comode e calde; a questo proposito è solo un ultimo barlume di self-control che impedisce all’ingegnere di presentarsi al lavoro calzando dei moon-boot.

La conversazione 
Essendo una persona colta e intelligente, conversare con un ingegnere sarebbe un’esperienza piacevole, se non fosse per la sua mania di voler sempre spiegare tutto a chiunque. Nei cromosomi dell’ingegnere è infatti scritto a chiare lettere il desiderio di migliorare l’umanità. Per questo motivo egli è tecnologicamente incontinente.

Tenere per sé le proprie conoscenze gli sembra un atto di egoismo inconcepibile ed è facile trovarlo intento a spiegare le basi teoriche della fissione nucleare a un’allibita platea di zie poco competenti e ancor meno interessate. Il genere di argomenti affrontati fa di lui un oratore incontrastato: quando attacca a spiegare l’albero a camme la platea si paralizza per paura che un colpo di tosse, un movimento del capo o un barlume di vita nell’espressione possa essere scambiato per un segno di interesse e interpretato come incoraggiamento ad andare avanti.

Insomma, l’ingegnere è vinto dalla paura che gli altri possano non capire, che possano malinterpretare qualcosa. Per questa ragione spiega ogni sua idea, e dopo averla spiegata la rispiega, cercando di renderla più semplice con l’ausilio di esempi pratici. Quello che voglio dire è che un ingegnere, preso dalla smania di farsi capire, perde un po’ di vista la realtà e si incaponisce nella spiegazione e rispiegazione di concetti ormai chiarissimi, inframmezzando il discorso con un repetitajuvant ogni tre frasi, e se qualcuno non lo fermasse egli potrebbe anche andare avanti all’infinito, perché secondo lui…

La curiosità 
L’ingegnere è un gran curiosone. Come al Solito, questa sua caratteristica non è rivolta verso la vita di tutti i giorni: a lui non importa sapere con chi si è messo il tale o con chi ha litigato il tal altro. La sua curiosità è rivolta al mondo degli oggetti. Egli cerca sempre di capire come funzionano le cose.

Appena ha un attimo libero, prende un apparecchio, lo smonta tutto e dice: «Aah, ecco come funzionava».
Da notare il corretto uso del passato, visto che nove volte su dieci il pezzo non tornerà mai più quello di una volta. L’ingegnere è a tal punto assorbito dalla magia dei funzionamento che, anche di fronte a un apparecchio mai visto, egli non si chiede: «A cosa serve?», ma «Come funziona?».
Diretta conseguenza di questa deformazione mentale è, sul lavoro, la produzione di complicatissimi marchingegni che funzionano perfettamente ma non servono a una mazza.
Gli psicologi avrebbero buon gioco nel risalire alle cause di questo comportamento: tutto nasce da una bugia detta da bambino quando, dopo aver irrimediabilmente rotto la radio, l’ingegnere in erba dice al papà «Volevo capire come funzionava». La reazione del padre, che si commuove e lo porta a esempio con i parenti, gli fa capire che quella è la strada giusta: è nato un nuovo smontatore folle.

Per lo stesso motivo, l’ingegnere è facilmente riconoscibile quando porta la macchina dal meccanico o chiama il tecnico della caldaia, perché si piazza immediatamente alle sue spalle per vedere cosa fa, tempestandolo di domande sul funzionamento di ogni singolo pezzo, cercando di aiutarlo ma, di fatto, rendendogli il lavoro ancora più complicato.

L’amore per le novità 
Il riso abbonda sulla bocca degli stolti, si sa. A puntuale riprova di questo detto, la maggior parte delle invenzioni, anche quelle che hanno cambiato il mondo, sono state accolte da scetticismo e manifestazioni di scherno.

Dei primi treni, che «sfrecciavano» a 25 km/h nelle campagne inglesi, si diceva che andavano troppo veloci, mentre delle prime automobili si disse che non avrebbero mai potuto sostituire il cavallo. Il direttore generale del Ministero delle Poste americano definì «completamente idiota» l’idea dell’illuminazione elettrica, mentre il suo collega inglese rifiutò il telefono perché c’erano già abbastanza fattorini.
Insomma, gli ingegneri sono abituati a scontrarsi con l’ottusità dei loro finanziatori e non vi prestano neanche più attenzione.
Per loro il problema è un altro. Come delle Cassandre tecnologiche, essi vedono il futuro e abbracciano con entusiasmo qualsiasi novità, purché contenga almeno 30 microchip e un’ottantina di funzioni automatiche. Il dramma è che, in quanto precursori, si trovano da soli in un deserto di persone scientificamente primitive e non sanno con chi condividere le gioie del progresso.

Si pensi al dramma di chi comprò il primo televisore (sicuramente un ingegnere) e si ritrovò a fissare per mesi uno schermo con scritto «prova», tentando di convincere i propri amici di aver fatto un buon acquisto. Oppure la situazione in cui si sono venuti a trovare Meucci, Bell e Popov, uno italiano, uno americano e uno russo, ognuno dei quali sostenne di aver inventato il telefono. Indipendentemente da chi ebbe l’idea per primo, è certo che i tre potevano solo telefonarsi tra loro («oh, squilla il telefono. Suspense. Sarà Bell oppure Popov?»), non capendo niente di quello che si dicevano e spendendo milioni in telefonate intercontinentali.

Ciò nonostante, la sola idea di poter dire « io ho comprato il primo computer» manda gli ingegneri in solluchero ed è per questo che, nelle soffitte delle loro case, è facile trovare cumuli di inutilizzatissimi quanto costosi videotelefoni, televisori a schermo largo e videoregistratori betacam, tutti idealmente accomunati dal pensiero «Chissà come mai non hanno avuto successo? Funzionavano così bene … ».

Il marchio indelebile 
Per motivi oscuri, un sacco di gente adora pronunciare la parola ingegnere. Chi lo è, può stare sicuro che tutti glielo ricorderanno continuamente, facendo squillare gaiamente questo appellativo ogni volta che lo incrociano. «Buonasera Ingegnere! Buongiorno Ingegnere! » non scorderanno mai di precisare il vicino di casa, il benzinaio, il meccanico, l’edicolante… mentre nessuno al mondo si rivolgerebbe a un laureato in un’altra disciplina scientifica con un cordiale: «Buongiorno Fisico!» o «Buongiorno Matematico! ».

E questo nonostante la qualifica di ingegnere non corrisponda affatto a un mestiere (gli ingegneri, notoriamente, sono in grado di fare qualsiasi lavoro, perché quello che conta è la «struttura mentale») ma semplicemente a una laurea.

Insomma, per colui che un tempo si chiamava Andrea, Guido o Matteo, «ingegnere» diventa una sorta di marchio indelebile che lo accompagnerà fino alla morte, che faccia un vero lavoro da ingegnere o che sia disoccupato, che sia in pensione o che abbia completamente cambiato mestiere («Devo andare a farmi otturare un molare dal mio ingegnere»).

A uso degli ingegneri, possiamo provare a individuare le tre principali motivazioni di un simile comportamento. Una persona ti chiamerà ingegnere se:
>Non si ricorda come ti chiami (Esempio tipico: il capo quando fa il giro degli uffici con un cliente importante: «Le presento… ehm… il nostro ingegnere»).
>Ti sta prendendo per il **** (i vicini di casa, il giorno dopo l’iscrizione all’università: «Allora, come sta il nostro ingegnere?»).
>Sta cercando di fregarti (il fotografo che ti salta addosso appena hai messo piede fuori dall’aula magna, mezzo secondo dopo esserti laureato. «Ingegnere, lo vogliamo prendere il ricordo della tesi? Sono solo 250.000 lire per quattro foto, un vero affare»).

L’ingegnera 
Se nel campo della tecnologia l’ambiente degli ingegneri è sempre all’avanguardia, in quello dei rapporti sociali fatica a restare al passo coi tempi. Un ottimo esempio è la condizione delle donne ingegnere, in troppi casi ferma al periodo pre-femminismo. Per affermarsi, la donna ingegnere deve infatti lottare contro una lunga lista di stereotipi.

La bruttezza 
Qui, obiettivamente, c’è poco da lottare: o si è belli o non lo si è. D’altro canto gli ingegneri uomini non sono proprio degli adoni, quindi dovrebbero stare zitti.

I rapporti di potere uomo/donna 
Il sogno di molti uomini è ricreare all’interno degli ambienti ingegneristici una situazione simile a quella dei varietà tv: vecchiardi brutti e grassi che comandano, affiancati da silenziose bonazze in tanga. Per la parte maschile il risultato è raggiunto. Per quanto riguarda le donne, nonostante siano sempre di più quelle, anche carine, che si iscrivono a ingegneria, sembrerebbe più difficile convincerle a mettersi le mutande di paillettes e fare un balletto prima di presentare il loro ultimo progetto.

La mascolinità 
E’un sentire comune che l’ingegneria sia una branca della scienza riservata agli uomini, che solo a essi possano interessare turbine, transistor e diagrammi a flusso. Pertanto, se una donna prova ad affrontare queste materie, viene subito tacciata di mascolinità. Si tratta di un pregiudizio palesemente infondato; sarebbe come se dicessimo che gli uomini a cui piace la danza sono tutti effeminati (ehm, forse non è un buon esempio … ).

Gli esami passati più velocemente 
Un’altra meschina insinuazione, del tutto priva di fondamento. Anzi, alle ragazze è richiesta più determinazione, poiché quando chiedono colloquio il professore non le guarda mai negli occhi. Per prepararsi all’esame e simulare le condizioni reali, inoltre, le ingegnere fanno l’ultimo ripasso in compagnia di un bull dog: da uno studio condotto sui professori, infatti, risulta che in corrispondenza dell’interrogazione di una ragazza la produzione di bava aumenta del 400%.

Insomma, vita dura per una donna e ancora lunghi passi da percorrere prima di essere considerata alla pari. Prova ne è che non esiste neppure un termine ufficiale per definirla: ingegnera? Ingegnere? Ingegnere donna? Ingegneressa?

I DIVERSI RAMI 

Ingegnere aerospaziale 
L’ingegnere è una figura poliedrica, che si occupa un po’ di tutto. Ecco una breve guida per districarsi nei meandri dell’ingegneria, con un’avvertenza: nove volte su dieci il lavoro effettivamente svolto da un ingegnere non ha niente a che vedere con il suo titolo di studi.
Esperto di razzi e turbine, si è iscritto a Ingegneria dopo aver visto mille puntate di Star Trek e si è laureato con una tesi sull’Alabarda Spaziale. E’ grazie a lui che Goldrake può trasformarsi in un razzo missile, con circuiti di mille valvole.

Ingegnere ambientale 
In teoria il suo compito sarebbe quello di rimediare ai disastri ecologici combinati dai suoi colleghi chimici, meccanici, nucleari ecc. In realtà si distingue da essi perché studia e lavora in ambienti pitturati di verde e nel computer ha uno salvaschermo con le margheritine.

Ingegnere biomedico 
Lavora nel campo delle protesi, suscitando risolini e ilarità ogni qualvolta confessa la sua professione.

Ingegnere chimico 
E un po’ il «carabiniere» di Ingegneria. Di lui si dice che chi ha difficoltà con gli studi a ingegneria cambia facoltà. Chi proprio non ce la fa, torna a ingegneria e si iscrive a chimica.

Ingegnere civile 
Quello che costruisce case, cavalcavia, ponti ecc. A causa di un malinteso sull’etimologia della propria specializzazione, gli ingegneri civili si sforzano in ogni occasione di essere educati, di parlare a voce bassa, di non mettersi le dita nel naso…

Ingegnere informatico 
Ha costruito la sua vita attorno al primo principio dell’informatica:

«Quando qualcosa non funziona, esci e rientra». Si è pure laureato cosi: ogni volta che veniva bocciato? usciva dall’aula e rientrava immediatamente. E piuttosto facile sbarazzarsi di lui a una festa. Basta dirgli: «Ehi si è rotto l’impianto elettrico» e sprangare la porta alle sue spalle non appena esce di casa.
E’ il discendente diretto dell’ingegnere elettronico (ormai sorpassato), che aveva costruito la sua vita attorno al primo principio dell’elettronica: «Quando qualcosa non funziona, dai una botta sul televisore» (che i più integralisti applicavano alla lettera, dando una botta sul televisore anche quando era guasta la lavatrice).

Ingegnere gestionale 
Si tratta di un banalissimo “quasi ingegnere” elettro-chimico-civil-informat-meccanico che, per aver superato tre esami di economia, crede che il suo primo impiego sarà quello di Vicedirettore Generale alla Fiat. Dopo la laurea lo aspetta un duro risveglio. Al Politecnico quando qualcuno gli chiede “che fai?” “gestionale!!”, segue l’immancabile: “ah, ma allora tu non fai ingegneria…”

Ingegnere dei materiali 
Il suo miglior amico non è un uomo, né un cane, ma la tavola periodica degli elementi, che egli si diverte a mischiare come un disk jockey pazzo per ottenere materiali sempre nuovi e, soprattutto, sempre più utili. A chi gli chiede perché l’oro è prezioso risponderà «Perché è un ottimo conduttore». Tra i suoi maggiori exploit ricordiamo l’uso del piombo per le tubature dell’acqua potabile e la creazione del cancerosissimo Eternit, (per fortuna tolto di mezzo dopo pochi decenni dalla sua introduzione sul mercato) il cui inventore è il trionfatore del concorso «il nome più azzeccato della storia».

Ingegnere meccanico 
E un po’ il tuttofare dell’ingegneria, è la “memoria storica del Politecnico” ma non è specializzato in niente, anche se sa (o dovrebbe sapere) fare un mucchio di cose. Vive accompagnato dalla maledizione di dover sentire sempre la stessa battuta ogni volta che gli si guasta la macchina. «Ma perché non te la ripari da solo? Non sei un meccanico?».

Ingegnere navale 
Una delle prime specializzazioni ingegneristiche della storia. L’inventore della zattera, della canoa, del sommergibile, del transatlantico e del mal di mare.

Ingegnere nucleare 
«Iscriviti a ingegneria avrai un lavoro assicurato ed interessante. Sarai ricercatissimo». Provate a dirlo a quelli che si sono laureati in ingegneria nucleare nel 1986, pochi mesi prima dei referendum che, di fatto, hanno seppellito la professione sotto uno strato di cemento più spesso di quello sotto cui è sepolto il reattore no 4 di Chernobyl. Da allora, il problema del nucleare in Italia si chiama riconversione delle centrali, delle scorie e degli ingegneri nucleari, la cui professionalità è oggi richiesta come una villetta a Mururoa.

LE RIVALITA’ 
Questa sua tendenza a ficcare il naso in tutti i rami dello scibile ha spesso causato attriti con gli specialisti dei singoli settori: nell’antichità c’erano problemi con i matematici e i filosofi, poi con gli alchimisti, quindi con i generali. Oggigiorno l’ingegnere gestionale contende i ruoli da Top Manager agli economisti bocconiani e, con l’invenzione della biomedica, è addirittura riuscito a infilarsi in sala operatoria. Ma la rivalità più radicata, che continua anche al giorno d’oggi, è quella con gli architetti.

Ottimi argomenti a favore di questi ultimi è che vestono meglio, guadagnano di più e soprattutto bazzicano in ambienti in cui si incontrano molte più donne, perenne causa di migrazione degli ingegnerini in pausa pranzo, che vanno al bar di architettura «perché i panini sono più buoni».

Per contro, se risaliamo nel tempo fino a scivolare nel mito, vediamo che l’Arca di Noè è senz’altro un grande successo dell’Ingegneria navale, mentre la Torre di Babele è un patetico fallimento ispirato dall’arroganza degli Architetti, da sempre definiti come personaggi “non abbastanza froci per fare gli stilisti, né abbastanza uomini per fare gli ingegneri..!”.

Il nome dei gatti

E’ una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;
niente che abbia a che vedere, infatti,
con i soliti giochi di fine settimana.
Potete anche pensare, a prima vista,
che io sia matto come un cappellaio,
eppure, a conti fatti,
vi assicuro che un gatto deve avere in lista
TRE NOMI DIFFERENTI. Prima di tutto quello che in
famiglia
potrà essere usato quotidianamente,
un nome come Pietro o come Augusto, o come
Alonzo, Clemente,
come Vittorio o Gionata, oppure Giorgio o Giacomo
Vaniglia –
tutti nomi sensati per ogni esigenza corrente.
Ma se pensate che abbiano un suono più ameno,
nomi più fantasiosi vi possono consigliare:
qualcuno pertinente ai gentiluomini,
altri più adatti invece alle signore:
nomi come Platone o Admeto, Elettra o
Filodemo –
tutti nomi sensati a scopo familiare.
Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome
che sia particolare e peculiare, più dignitoso;
come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda
perpendicolare,
mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?
Nomi di questo genere posso fornirvene un quorum,
nomi come Mustràppola, Tisquàss o Ciprincolta,
come Bombalurina o Mostrardorum,
nomi che vanno bene soltanto a un gatto per volta.
Comunque gira e rigira manca ancora un nome:
quello che non potete nemmeno indovinare,
né la ricerca umana è in grado di scovare;
ma il GATTO LO CONOSCE, anche se mai lo confessa.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile effabile
effineffabile
profondo inscrutabile ed unico NOME.

T.S. Eliot, Il libro dei gatti tuttofare. Trad. di Roberto Sanesi, Bompiani , Milano, 1962. Prima ristampa, 1974, seconda ristampa, 1990.

Un posto pulito, illuminato bene

Era molto tardi e quasi tutti se n’erano andati dal caffè, tranne un vecchio che sedeva nell’ombra che le foglie dell’albero proiettavano schermando la luce delle lampade elettriche.

Durante il giorno la strada era polverosa, ma di notte la rugiada faceva depositare la polvere ed al vecchio piaceva stare seduto lì fino a tardi, perché era sordo e di notte, quando tutto era tranquillo, riusciva a sentire che era diverso.
I due camerieri nel caffè sapevano che il vecchio era un po’ ubriaco e, anche se era un buon cliente, sapevano che se si fosse ubriacato troppo se ne sarebbe andato senza pagare, così lo tenevano d’occhio.
“La settimana scorsa ha tentato il suicidio.” disse uno dei camerieri.
“Perché?”
“Era disperato.”
“Per quale ragione?”
“Nessuna.”
“Come lo sai che non aveva una ragione?”
“Ha un sacco di soldi.”
Si sedettero ad un tavolo che stava contro il muro vicino alla porta del caffè e continuarono a guardare la terrazza dove i tavoli erano tutti vuoti tranne quello dove sedeva il vecchio, all’ombra delle foglie dell’albero che si muovevano leggermente nel vento.
Una ragazza ed un soldato passarono per la strada. La luce del lampione si riflesse sulla targhetta d’ottone che pendeva dal collo del soldato. La ragazza non portava niente in testa e faticava a tenere il suo passo.
“La pattuglia lo beccherà.” disse uno dei camerieri.
“Che importa, se otterrà comunque quello che sta cercando?”
“Farebbe comunque meglio ad allontanarsi dalla strada adesso. La pattuglia lo prenderà. E’ passata appena cinque minuti fa.”
Il vecchio seduto nell’ombra batteva sul vassoio con gli occhiali. Il cameriere più giovane andò da lui.
“Che cosa vuole?”
Il vecchio lo guardò. “Un altro brandy,” disse.
“Si ubriacherà,” disse il cameriere. Il vecchio lo guardò. Il cameriere andò via.
“Resterà qui tutta la notte,” disse al collega “Ed io ho già sonno. Non vado mai a dormire prima delle tre. Avrebbe dovuto ammazzarsi la settimana scorsa.”
Il cameriere prese la bottiglia di brandy ed un altro bicchiere dal bancone dentro al caffè e marciò verso il tavolo del vecchio. Appoggiò il cabaret e riempì il bicchiere di brandy fino all’orlo. “Ti saresti dovuto ammazzare la settimana scorsa” disse all’uomo sordo.
Il vecchio fece un gesto con le dita. “Un po’ di più,” disse. Il cameriere continuò a versare così che il brandy traboccò e scivolò giù dentro al primo vassoio della pila. “Grazie,” disse il vecchio.
Il cameriere riportò la bottiglia nel caffè. Si sedette nuovamente al tavolo con il suo collega.
“Adesso è ubriaco,” disse.
“Si ubriaca tutte le notti.”
“Perché voleva ammazzarsi?”
“Cosa ne so io?”
“Come ha fatto?”
“Si è impiccato con una corda.”
“Chi lo ha tirato giù?”
“Sua nipote.”
“Perché lo ha fatto?”
“Per salvargli l’anima.”
“Quanti soldi ha?”
“Un sacco.”
“Deve avere almeno ottant’anni.”
“Sì, credo proprio che abbia ottant’anni.”
“Vorrei che andasse a casa. Non riesco mai ad andare a letto prima delle tre del mattino. Che razza di ora è per andare a letto?”
“Lui sta sveglio perché gli piace.”
“Lui è solo. Io no. Ho una moglie che mi aspetta nel letto.”
“Anche lui aveva una moglie, una volta.”
“Una moglie adesso non gli servirebbe a niente.”
“Chi lo sa? Forse starebbe meglio se avesse una moglie”.
“Sua nipote si occupa di lui. Hai detto che lo ha tirato giù lei.”.
“Lo so.”
“Non mi piacerebbe essere così vecchio. I vecchi sono cose sporche.”
“Non sempre. Questo vecchio è pulito. Beve senza rovesciare una goccia. Persino adesso che è ubriaco. Guardalo.”
“Non ho voglia di guardarlo. Vorrei solo che andasse a casa. Non ha nessun rispetto per la gente che deve lavorare.”
Il vecchio guardò la piazza attraverso le lenti degli occhiali, poi guardò i camerieri.
“Un altro brandy,” disse, indicando il suo bicchiere. Il cameriere che aveva fretta andò da lui.
“Finito,” disse, parlando con quell’omissione di sintassi che gli stupidi usano quando parlano con la gente ubriaca o con gli stranieri. “Basta stanotte. Adesso chiuso.”
“Un altro,” disse il vecchio.
“No. Finito.” Il cameriere iniziò a spazzare un lato del tavolo con un tovagliolo scuotendo la testa.
Il vecchio si alzò, contò lentamente i vassoi, tolse un portamonete di pelle dalla tasca e pagò quel che aveva bevuto lasciando mezza peseta di mancia.
Il cameriere lo guardò mentre si allontanava, un uomo molto vecchio che camminava con passo incerto ma con dignità.
“Perché non gli hai permesso di restare a berne un altro?” chiese il cameriere che non aveva fretta. Stavano già chiudendo la serranda.
“Non sono ancora le due e trenta.”
“Voglio andare a casa, a letto.”
“Che differenza fa un’ora?”
“Fa più differenza per me che per lui.”
“Un’ora è sempre un’ora.”
“Adesso parli come se fossi vecchio anche tu. Poteva comprarsi una bottiglia ed andare a bersela a casa.”
“Non è la stessa cosa.”
“No, non lo è.” acconsentì il cameriere che aveva una moglie. Non voleva essere ingiusto. Aveva solo fretta.
“E tu? Non hai paura ad andare a casa prima del solito?”
“Stai cercando di insultarmi?”
“No, hombre, sto solo scherzando.”
“No,” disse il cameriere che aveva fretta, alzandosi dopo aver agganciato la serratura di metallo. “Mi fido. Mi fido molto.”
“Hai gioventù, fiducia e un lavoro,” disse il cameriere più vecchio. “Hai tutto.”.
“Ed a te cosa manca?”
“Tutto, tranne un lavoro.”
“Hai le stesse cose che ho io. ”
“No. Non mi sono mai fidato di nessuno, e non sono giovane.”
“Avanti. Smettiamola con queste sciocchezze e chiudiamo.”
“Io sono uno di quelli a cui piace restare al caffè fino a tardi.” disse il cameriere più vecchio.
“Con tutti quelli che non vogliono andare a letto.”
“Io voglio andare a casa ed infilarmi a letto.”
“Siamo di due tipi differenti,” disse il cameriere più vecchio. “Non è solo una questione di età o di fiducia, anche se queste sono comunque cose molto belle. Ogni notte sono riluttante a chiudere perché potrebbe arrivare qualcuno che ha bisogno del caffè.”
“Hombre, ci sono bodegas aperte tutta la notte.”
“Tu non capisci. Questo è un caffè pulito e piacevole. E’ illuminato bene. La luce è molto buona e poi, adesso, c’è l’ombra delle foglie.”
“Buona notte,” disse il cameriere più giovane.
“Buona notte,” disse l’altro. Spense la luce continuando la conversazione fra sé e sé. Era la luce, ovviamente, ma era comunque necessario che il posto fosse pulito e piacevole. Certamente non ci deve essere musica. Né si può stare con dignità in piedi di fronte ad un bancone, anche se è l’unica cosa che puoi trovare dopo una certa ora. Di che cosa aveva paura? Non era paura né timore, era un nulla che conosceva troppo bene. Tutto era nulla, anche gli uomini erano nulla. Era solo quello e la luce era l’unica cosa di cui aveva bisogno, assieme ad un poco di pulizia e di ordine.
Alcuni ci vivevano e neanche se ne accorgevano, ma lui lo sapeva che tutto era nada y pues nada y nada y pues nada. Nada nostro che sei nel nada, nada sia il tuo nome ed il tuo regno, nada la tua volontà in nada come in nada. Dacci oggi il nostro nadaquotidiano e rimetti a noi i nostri nada come noi rimettiamo ai nostri nada e liberaci dal nada; pues nada.
Ave o nulla pieno di nulla, che il nulla sia con te.
Sorrise e si fermò davanti ad un bancone con una luccicante macchina del caffè a pressione.
“Che cosa vuole?” chiese il barista.
Nada“.
Otro loco mas(1),” disse il barista e si voltò.
“Una tazzina,” disse il cameriere.
Il barista gliela versò.
“La luce è brillante e piacevole, ma il bancone non è lucidato,” disse il cameriere.
Il barista lo guardò ma non rispose. Era troppo tardi per fare conversazione.
“Vuole un’altra copita?” chiese il barista.
“No, grazie,” disse il cameriere ad uscì. Non gli piacevano i bar e le bodegas. Un caffè pulito e ben illuminato era una cosa molto diversa.
Ora, senza più pensare, sarebbe andato a casa, nella sua stanza. Si sarebbe coricato sul letto e finalmente, con la luce del giorno, si sarebbe addormentato. Dopo tutto si disse, è probabilmente solo insonnia. Deve essere un problema abbastanza comune.

Ernest Hemingway 1926

Suoni

Notte fonda nel deserto, ma la sabbia è illuminata da una pioggia di stelle e da una luna piena splendente,
tra le dune, un uomo sordo di colore con addosso solo un paio di pantaloni di lino blu lisi e stropicciati suona la tromba.
La luce della luna ne illumina solo una parte e gli occhi bianchissimi mostrando alle dune attonite uno strano sorriso.
La musica si spande senza che nessuno la senta.

Un ragazzo lascia la campagna per trasferirsi in città, come ha sempre voluto.
La madre chiusa in cucina piange a causa delle cipolle che sta affettando.
Il padre lo accompagna alla macchina, si china e raccoglie un pò di terra e gliela mette in mano,
il vento ne ruba una manciata, il resto finisce nella tasca dei pantaloni,
poche ore più tardi scendendo dall’auto fugge alle tasche larghe sibilando al suolo.

L’uragano è passato sulla spiaggia, le palme sono piegate,
la strada asfaltata deserta, dove alcune macchine si sono ribaltate, è densa di sabbia
d’un tratto gli ultimi tre granelli spinti da una refola di vento superstite atterrano sulla strada.

Il tempo ha eroso una lunga storia d’amore minando le basi stesse su cui era costruita.
L’ultimo tenero abbraccio prima che lui lasci la casa dove hanno costruito sogni e progetti
il suo volto arrossato è madido di lacrime mentre quello di lei è sereno,
nell’abbraccio e nei baci di addio le labbra si sfiorano per caso, poi si cercano, un bacio dolce,
tenero, appassionato come non succedeva da tanto, da troppo tempo…
Ma un bacio non basta.
E dopo il tempo di un respiro lui si gira, raccoglie la valigia che ha preparato e varca l’uscio,
lasciando la porta aperta dietro di se.
Una lacrima vigliacca fugge dallo sguardo di lei e atterra al suolo in un tonfo che pare scuotere le fondamenta stessa su cui è costruita la casa.

Un’albero molto antico cade tra i suoi figli, il tonfo smuove il suolo facendo sobbalzare il boscaiolo
ma è il rumore dell’ultima foglia che tocca il suolo a farlo cadere a terra.

Della sabbia, portata dal vento a ondate successive, copre la caviglia un pò alla volta di una donna che guarda il mare all’orizzonte cercando di riconoscere la barca del marito tra le tante che sono al largo in attesa di rientrare, il battito del suo cuore copre lo sciabordio del mare.

Nel suo letto, tenendo la mano destra schiacciata dalla mano dei due figli che la stringono
lei più forte come se potesse passargli la linfa vitale che lui ha passato a lei tanti anni prima,
lui un pò più piano con delicatezza,
come quando lui lo teneva in braccio per la prima volta incredulo e timoroso di fare male al suo primo figlio.
Dicevo mentre i due gli tengono la mano con un lieve rantolo una persona buona lascia questo mondo.

Il rosso del cielo al tramonto stride con la coltre verde di pini marittimi che ostruisce l’orizzonte mentre poco più sotto a stento si intravede un angolo di mare,
d’un tratto accompagnato dalla voce di un gabbiano un giorno si chiude.

Un’idea d’un tratto, la foga di annotarla prima di perderla e il rumore della mina che si spezza accompagna la fuga dell’idea.

Stefano Cavuoti

 
L’extraterrestre di piazza del mercato
 
Dicembre. Su Milano, nebbia. Ma attraversata da qualche gelido raggio di sole. Una di quelle giornate, insomma, fatte per sembrare, o essere speciali. La guerra, finita da poco, ha reso la città una specie di colabrodo, scavata in tutte le sue viscere, piena di caverne, di mucchi inconsulti di macerie. E là nella piazza del mercato, uscendo da scuola come tutti i giorni, annoiato e ribelle all’ora di mangiare, incontrai Tarcisio. Tarcisio il barbone, con il cappellaccio tirato sulla fronte, le unghie nere, i silenzi eterni, le improvvise immobilità.
Tarcisio aspettava una mela o una pera dai banchetti della frutta, qualcosa rimediava sempre. Dormiva fra gli scarti e i detriti. Se aveva ancora fame, chiedeva cibo e ringraziava chi lo beneficava togliendosi il cappello, con una buffa, nobile cortesia che mi metteva soggezione. A forza di osservarlo – ero attratto verso di lui da un’inspiegabile calamita interiore – mi resi conto che ne avevo paura. Nel mondo dei "normali" che mi circondavano, io, bambino di otto anni assetato di mistero, lo vedevo diverso, assurdo, minaccioso, potente. Un angelo? No, piuttosto un extraterrestre, una creatura di altri mondi scesa chissà perché nella piazza del mercato.
Mangiava la minestra dalla gavetta di alluminio che i milanesi chiamano schiscètta, ci affondava la testa, serio, concentrato, e non voleva disturbo. A forza di guardarlo e girargli intorno, avevo trovato il coraggio di considerarlo pacifico. Raccoglieva giornali chissà dove e li lisciava, li lisciava, allineandoli in pacchi ordinati vicino a lui. Mi rendevo conto in modo indistinto che viveva vendendoli a qualcuno, o portandoli al macero. "Cosa ne fai?" mi ero azzardato a domandargli e lui. "Sono il mio pane". Anche se mi sembrava inutile, per un extraterrestre, un giorno gliene portai alcuni presi da casa, fra quelli già letti. Li accettò, ringraziò, ma non ricordo nessuna delle parole che disse, credo le abbia inghiottite la nebbia.
Tarcisio cantava in spagnolo. Con la conoscenza musicale di poi, credo fosse un tango argentino, sempre lo stesso: Adios muchachos… La affidava all’aria di neve, che gli ovattava gli acuti, smorzava gli esotici fuochi fuori zona. Oppure certi giorni, affondava in sproloqui filosofici di cui nessuno, nemmeno lui con il suo cervello di alieno riusciva a capire qualcosa. La nostra amicizia finì per colpa di uno scherzo. Tarcisio mangiava come di consueto, la fronte praticamente dentro la schiscètta. Un gruppo di ragazzi lo circondò senza parere: un colpo al gomito, per fargli rovesciare un po’ di minestra. Lui ebbe una reazione immediata, si alzò in piedi minaccioso, altissimo, marziano. I monelli scapparono via. Tutti. E anch’io scappai. Facevo pur parte di quella gentaglia, la brutta gente che ci avrebbe dato questa Italia qui.
 
Questo racconto è stato scritto da Giorgio Gaber per "Il Messaggero" in occasione del Natale 1995
 

 

La lettera rubata

A Parigi, una tempestosa sera autunnale del 18**, poco dopo il tramonto stavo assaporando le delizie della meditazione e insieme quelle di una pipa di schiuma in compagnia del mio amico Auguste C. Dupin, nella sua piccola biblioteca, o studio, al terzo piano di rue Dunot 33, Faubourg St. Germain. Da un’ora almeno eravamo immersi nel più profondo silenzio; se qualcuno per caso ci avesse visti, avrebbe pensato che l’unica nostra occupazione consisteva nel contemplare le volute di fumo che riempivano l’aria della stanza. Per conto mio, invece, stavo riflettendo su alcuni punti che poco prima, durante la serata, avevo discusso con Dupin: mi riferisco ai delitti della rue Morgue e al mistero che circondava l’assassinio di Marie Rogêt. Mi sembrò quindi una strana coincidenza che proprio in quel momento la porta si aprisse, per far entrare una nostra vecchia conoscenza: era monsieur G***, il prefetto della polizia parigina.

Lo accogliemmo calorosamente, perché il suo carattere, disprezzabile da un certo punto di vista, era però controbilanciato da molti lati positivi, e inoltre non lo vedevamo da parecchi anni. Poiché eravamo seduti al buio, Dupin si alzò per accendere una lampada. Ma si risedette immediatamente, quando G*** disse che era venuto a consultarci (o piuttosto ad ascoltare l’opinione del mio amico) su una questione professionale che gli aveva procurato un mucchio di grattacapi.

"Se bisogna riflettere sulla faccenda," osservò Dupin, rinunciando ad accendere la lampada, "lo faremo meglio al buio."

"Questa è un’altra delle sue idee strane," rispose il prefetto, che aveva l’abitudine di considerare "strane" tutte le cose al di là della sua comprensione; di conseguenza, viveva in mezzo a una caterva di "stranezze".

"Verissimo," rispose Dupin, mentre offriva al visitatore una pipa e gli avvicinava una comoda poltrona.

"Qual è il problema?" domandai. "Non avrà a che fare con un altro delitto, spero.

"No, niente del genere. Il caso è piuttosto semplice, e sono sicuro che potremmo cavarcela da soli. Ma ho pensato che a Dupin sarebbe piaciuto conoscere i particolari di questo caso, davvero molto bizzarro."

"Semplice e bizzarro," disse Dupin.

"Lo è. E non lo è al tempo stesso. Per la verità, siamo stati a lungo in dubbio proprio perché il caso è così semplice, e nonostante ciò ci sfugge."

"Forse a mettervi fuori strada è proprio l’estrema semplicità del caso," disse il mio amico.

"Ma che sciocchezze sono queste!" rispose il prefetto, ridendo di cuore.

"Forse il mistero è un po’ troppo chiaro," disse Dupin.

"Santo cielo, ma si è mai sentita una cosa simile?"

"Un po’ troppo evidente, magari.

"Ah! Ah! Ah!" L’ospite scoppiò a ridere, sinceramente divertito. "Dupin, lei mi farà morire…"

"Di che cosa si tratta, esattamente?" domandai.

"Bene, ve lo dirò subito" rispose il prefetto, mentre tirava una lunga, intensa, meditativa boccata di fumo e si accomodava in poltrona. "Ve lo dirò in poche parole. Ma prima di cominciare devo avvertirvi che si tratta di una questione assolutamente riservata: probabilmente perderei il mio incarico, se si sapesse che ne ho fatto parola con qualcuno."

"Vada avanti," dissi.

"Oppure no…" disse Dupin.

"E va bene: ho saputo – l’informazione mi è giunta senza intermediari da una persona di alto rango – che negli appartamenti reali è stato rubato un documento della massima importanza. Sappiamo chi lo ha sottratto, senza possibilità di errore, perché è stato visto mentre lo faceva. E sappiamo anche che il documento è ancora in mano sua.

"Come lo sa?" chiese Dupin.

"Lo abbiamo dedotto dalla natura del documento," rispose il prefetto. "Dal fatto che finora non si sono visti gli effetti che il documento immediatamente produrrebbe se uscisse dalle mani del ladro. Vale a dire, se fosse adoperato per raggiungere lo scopo che il ladro si proponeva portandolo via."

"Si spieghi meglio," dissi.

"Bene, posso dire qualcosa di più: il documento dà a chi lo possiede un certo potere, in un ambiente dove questo potere vale moltissimo." Il prefetto adorava il gergo della diplomazia.

"Continuo a non capire," disse Dupin.

"No? E va bene: se l’esistenza di questo documento fosse rivelata a una terza persona, che non nomino, metterebbe a repentaglio la reputazione di un personaggio di altissimo rango. Di conseguenza, chi possiede il documento ha in suo potere questo illustre personaggio, che vede così minacciati il proprio onore e la propria tranquillità."

"Ma un tale potere," mi intromisi, "dipende dal fatto che il ladro sa che il derubato conosce l’identità del ladro. E chi oserebbe…"

"Il ladro," disse G***, "è il ministro D***, che è capace di ogni cosa, non importa se degna o indegna di un uomo. Il metodo con cui ha commesso il furto è tanto ingegnoso quanto audace. La dama derubata ha ricevuto il documento in questione – una lettera, per essere espliciti – allorché si trovava nel boudoir reale. Mentre la stava leggendo, fu interrotta proprio dall’arrivo di quell’illustre personaggio al quale, più che a ogni altro, voleva tenerla nascosta. Dopo un inutile tentativo di ficcarla, in tutta fretta, dentro un cassetto, fu costretta a posarla, aperta com’era, sul tavolo. La facciata visibile era comunque quella con l’indirizzo; così nascosto, il contenuto della lettera non attirava l’attenzione. A questo punto entra il ministro D***. Con occhi di lince scorge immediatamente la lettera, riconosce la calligrafia che ha scritto l’indirizzo, osserva la confusione del personaggio a cui la lettera è indirizzata, e scopre il segreto. Dopo una conversazione d’affari, condotta in tutta fretta come è sua abitudine, il ministro tira fuori una lettera molto somigliante alla lettera in questione, la apre, finge di leggerla, e poi la appoggia

esattamente sopra quell’altra. Riprende allora a parlare di questioni politiche, per circa un quarto d’ora. Alla fine, mentre se ne va, prende dal tavolo la lettera non sua. La legittima proprietaria se ne accorge, anche se naturalmente – in presenza del terzo personaggio che le sta vicinissimo – non osa attirare l’attenzione su quel gesto. Il ministro se ne va in fretta, lasciando sul tavolola sua lettera, una lettera peraltro di nessun interesse."

"Questa," disse Dupin rivolto a me, "è esattamente la condizione di cui lei parlava: il ladro sa che il derubato è a conoscenza della sua identità."

"Sì," rispose il prefetto, "e ormai da qualche mese il ladro sta usando il potere ottenuto con questo stratagemma per conseguire i suoi obiettivi politici. Ormai siamo arrivati a un punto veramente pericoloso; ogni giorno che passa, la dama derubata è più che mai convinta della necessità di riavere la sua lettera ma naturalmente non è possibile farlo alla luce del sole. Alla fine, sull’orlo della disperazione, ha affidato l’incarico a me.

"Non si potrebbe desiderare, o immaginare, un agente più sagace," disse Dupin da dietro una nuvola di fumo.

"Lei mi lusinga," rispose il prefetto. "Ma può darsi che la derubata abbia effettivamente pensato qualcosa del genere. "

"È evidente," dissi, "e lei stesso lo ha osservato, che la lettera si trova ancora nelle mani del ministro. Il potere infatti deriva dal possesso della lettera, non dall’uso. Se il ministro decidesse di utilizzarla, ne annullerebbe il potere."

"Vero," disse G***, "e io sono partito proprio da questo presupposto. Per prima cosa, mi sono preso la briga di far perquisire accuratamente il palazzo del ministro; la difficoltà principale era farlo a sua insaputa. Tra l’altro, ero stato avvertito del rischio che correvo se gli avessi dato motivo di sospettare delle mie intenzioni."

"In questo genere di ricerche lei è uno specialista," dissi. "La polizia di Parigi ha spesso condotto simili perquisizioni.

"Sì, certo. Ed è per questa ragione che avevo buone speranze di riuscirci. Inoltre, le abitudini del ministro mi facilitavano il compito: spesso trascorre la notte fuori casa; i domestici, poco numerosi, dormono a una certa distanza dall’appartamento padronale e, poiché sono napoletani, è facile farli ubriacare. Lei lo sa, ho delle chiavi con cui riesco ad aprire tutte le stanze e gli scrigni di Parigi. Per tre mesi di seguito, ho trascorso gran parte delle mie notti a perquisire personalmente il palazzo del ministro. C’è in gioco il mio onore e, detto tra noi, la ricompensa è enorme. Ho interrotto le mie ricerche solo quando mi sono convinto che il ladro è più astuto di me. Credo però di aver frugato, in quell’appartamento, tutte le nicchie e tutti gli angoli in cui si poteva nascondere una lettera."

"Ma non è possibile," suggerii, "che la lettera, anche se in possesso del ministro, come è senza dubbio, sia nascosta altrove?"

"È poco probabile," disse Dupin. "La particolare situazione in cui si trova attualmente la corte, specialmente per quanto riguarda gli intrighi che notoriamente coinvolgono D***, fa sì che l’immediata disponibilità del documento – la possibilità di esibirlo nel giro di pochi minuti – sia di estrema importanza, quasi quanto l’esserne in possesso.

"La possibilità di esibirlo?" dissi.

"Vale a dire, la possibilità di annullarne il potere," precisò Dupin.

"Vero," osservai. "La lettera si trova dunque nell’abitazione. Mi sembra da escludere che il ministro la porti con sé.

"Questo è certo," disse il prefetto. "L’ho fatto aggredire due volte, da finti rapinatori che lo hanno derubato sotto la mia sorveglianza."

"Poteva risparmiarsi il fastidio," disse Dupin. "Mi sembra che D*** non sia completamente stupido, e dato che non lo è, certo si aspettava queste imboscate."

"Non è completamente stupido," disse G***. "Ma è un poeta. E questo, secondo me, è appena a un passo dalla stupidità."

"Vero," disse Dupin, aspirando pensieroso una lunga boccata dalla pipa di schiuma. "Anche se pure io ho qualche brutto verso sulla coscienza."

"Ci dia dei dettagli sulle perquisizioni," dissi.

"Per dire le cose come stanno, ci siamo presi il tempo necessario e abbiamo frugato dappertutto. In queste faccende, non mi manca certo l’esperienza: ho esaminato a una a una tutte le stanze dell’edificio (in ciascuna stanza abbiamo lavorato per una settimana filata, ogni notte). Prima di tutto, ci siamo dedicati ai mobili di ciascun appartamento. Abbiamo aperto tutti i cassetti possibili; e lei sa – io credo – che per un agente di polizia ben addestrato non esistono cassetti segreti. In una perquisizione come questa, chi si lascia sfuggire un cassetto ‘segreto’ è un imbecille. È semplicissimo: bisogna dar conto per intero del volume di ogni mobile, dello spazio che occupa. Abbiamo procedure molto precise. Non ci può sfuggire neanche mezzo millimetro. Dopo i cassetti, è stata la volta delle sedie: le imbottiture sono state sondate con quegli aghi lunghi e sottili che mi ha visto adoperare. E abbiamo tolto tutti i piani dei tavoli."

"E perché mai?"

"Spesso una persona, quando vuole nascondere qualcosa, rimuove il piano di un tavolo, o di un altro mobile simile; poi, dopo aver scavato con il trapano un buco in una delle gambe, colloca l’oggetto nella cavità e rimette a posto il piano. Anche le colonne del letto possono servire allo stesso scopo."

"Ma le cavità non si possono scoprire altrettanto bene perché suonano a vuoto?" domandai.

"Assolutamente no, se prima di collocare l’oggetto nel nascondiglio si ha cura di avvolgerlo in uno spesso involucro di ovatta. E poi, nel nostro caso, non potevamo fare il minimo rumore.

"Ma non avrete di certo smontato – non li avrete fatti a pezzi – tutti i mobili in cui era possibile nascondere un oggetto con il procedimento che lei ha descritto. Una lettera può essere ridotta a un rotolo sottile, simile per forma e dimensione a un grosso ferro da calza, e la si può infilare, per esempio, nella gamba di una sedia. Non avrà mica ridotto in pezzi tutte le sedie?"

"Certo che no. Abbiamo fatto di meglio, esaminando le gambe di ogni sedia del palazzo, come pure le giunte di ogni mobile, con l’aiuto di un potentissimo microscopio. Se ci fosse stato qualche segno recente di manomissione, lo avremmo scoperto all’istante. La minima traccia di segatura lasciata da un trapano, per esempio, sarebbe apparsa grande come una mela. Qualsiasi alterazione nella colla, qualsiasi fessura nelle giunture, sarebbe bastata per rivelare il nascondiglio."

"Suppongo che abbiate controllato gli specchi, fra il cristallo e il supporto, e che abbiate guardato nei letti, fra le coperte, nelle tende e nei tappeti."

"Naturalmente. Dopo che abbiamo passato in rivista tutti i mobili, è stato il turno dell’edificio. Abbiamo diviso l’intera superficie in settori e li abbiamo numerati, così da non dimenticarne alcuno. Poi abbiamo esaminato ogni centimetro quadrato del palazzo, e dei due edifici adiacenti, con il microscopio, come ho spiegato prima."

"I due edifici adiacenti!" esclamai. "Deve essere stato un lavoro faticoso."

"Sì, ma la ricompensa offerta è straordinaria".

"Quando dice ‘edifici’, intende anche i terreni intorno?"

"Sono terreni pavimentati a mattoni: ci hanno creato pochi problemi. Abbiamo esaminato il muschio tra i mattoni, ed era intatto."

"Avete guardato tra le carte del ministro, e tra i libri della biblioteca?"

"Certamente. Abbiamo disfatto ogni pacco e ogni involto. Non soltanto abbiamo aperto tutti i volumi, ma li abbiamo sfogliati pagina per pagina, non accontentandoci di scuoterli solamente, come fa qualcuno dei nostri agenti. Con strumenti precisissimi abbiamo anche misurato lo spessore di ogni copertina, e ognuna è stata passata al vaglio del più scrupoloso esame microscopico. Se una di queste copertine fosse stata manomessa di recente, il fatto non sarebbe sfuggito alla nostra osservazione. Cinque o sei volumi, appena usciti dalle mani del rilegatore, sono stati saggiati accuratamente, in tutta la loro lunghezza, con l’aiuto degli aghi."

"Avete ispezionato i pavimenti, sotto i tappeti?"

"Sicuro. Abbiamo tolto tutti i tappeti ed esaminato le assi al microscopio."

"E la carta da parati?"

"Anche."

"Avete guardato in cantina?"

"Ma certo."

"Allora," dissi "ha sbagliato i suoi calcoli: la lettera non si trova nell’edificio."

"Temo che lei abbia ragione su questo punto," disse il prefetto. "E ora, Dupin, cosa mi consiglia di fare?"

"Ispezioni di nuovo tutto l’edificio."

"Ma è assolutamente inutile," rispose G***. "Come è vero che respiro, in quella casa non c’è traccia della lettera."

"Non ho un consiglio migliore da darle," disse Dupin. "Lei ha una descrizione precisa della lettera, vero?"

"Certo che sì." E il prefetto, tirato fuori un taccuino, lesse ad alta voce una descrizione particolareggiata del documento scomparso, di come appariva ticolareggiata del documento scomparso, di come appariva all’interno e soprattutto all’esterno. Appena finì di leggere questo resoconto il brav’uomo se ne andò, avvilito e demoralizzato come non l’avevo mai visto.

Circa un mese dopo, quando venne a trovarci di nuovo, eravamo immersi nelle stesse occupazioni. Prese una pipa, una poltrona, e cominciò a chiacchierare del più e del meno. Alla fine dissi:

"E allora, G***, che ne è della lettera rubata? Si è convinto, immagino, che il ministro è un avversario difficile da battere."

"Al diavolo il ministro! Ho rifatto da capo la perquisizione, come mi aveva suggerito Dupin, ma è stata tutta fatica sprecata, l’avevo previsto."

"Quanto ha detto che è la ricompensa?" chiese Dupin.

"Be’, è piuttosto alta, una ricompensa davvero molto generosa. Preferirei non rivelare la cifra precisa; posso dire però una cosa: darei volentieri di tasca mia cinquantamila franchi a chi fosse in grado di farmi avere quella lettera. La faccenda sta diventando di giorno in giorno più scottante, e la ricompensa è stata di recente raddoppiata. Ma anche se fosse triplicata, non potrei fare più di quel che ho fatto."

"Ma… veramente," borbottò Dupin, tra una boccata di fumo e l’altra, "veramente penso che lei non si sia impegnato a fondo. Potrebbe fare qualcosa di più, non crede?"

"E come? In che modo?"

"Ecco…" disse Dupin, tra uno sbuffo e l’altro di fumo "potrebbe magari chiedere un consiglio… Ricorda la storia di Abernethy?"

"No. Al diavolo Abernethy!"

"Ma certo, al diavolo anche lui con tutti gli altri! Dunque: c’era un volta un ricco avaro, che si era messo in testa di scroccare ad Abernethy un consiglio medico. Così, durante una normale conversazione tra amici, sottopose al medico il suo caso, parlandone come se fosse un caso di fantasia.

" ‘Supponiamo,’ disse l’avaro, ‘che uno avesse questo e quest’altro sintomo. Secondo lei, dottore, cosa dovrebbe prendere?’

" ‘Cosa dovrebbe prendere?’ disse Abernethy. ‘Dovrebbe prendere subito appuntamento con un medico.’ "

"Veramente…" disse il prefetto, un po’ imbarazzato, "io sono dispostissimo a chiedere un consiglio, e anche a pagarlo. Darei sul serio cinquantamila franchi a chiunque fosse in grado di cavarmi da questo impiccio."

"Se è così," rispose Dupin, aprendo un cassetto da cui estrasse un libretto di assegni, "può senz’altro firmarmi un assegno per quella cifra. Quando lo avrà firmato, le darò la lettera."

Io ero sbalordito. Il prefetto pareva fulminato. Per qualche minuto rimase immobile, senza dire una parola, e guardava il mio amico con aria incredula, la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite. Poi si riprese un pochino, o almeno così sembrava; allora afferrò una penna e dopo molte esitazioni, con gli occhi persi nel vuoto, firmò un assegno di cinquantamila franchi e lo tese a Dupin, che stava dall’altra parte del tavolo. Dupin esaminò attentamente l’assegno e lo ripose nel portafogli. Poi aprì un cassetto della scrivania, ne tirò fuori una lettera e la diede al prefetto, che se ne impossessò in uno spasimo di gioia, aprendola con le mani che gli tremavano. Una rapida occhiata al contenuto, e il prefetto, gettandosi a precipizio verso la porta, uscì dalla stanza e corse in strada senza nemmeno salutare. Da quando Dupin gli aveva chiesto di firmare l’assegno non aveva detto una sola parola.

Uscito il prefetto, il mio amico raccontò come erano andate le cose.

"La polizia di Parigi," disse, "è molto abile, a modo suo. I suoi agenti sono tenaci, ingegnosi, furbi, e conoscono perfettamente tutte le tecniche del mestiere. Per questo, quando G*** ci raccontò per filo e per segno la perquisizione nel palazzo del ministro, ero sicuro che avesse fatto un buon lavoro. Entro i limiti, naturalmente, delle sue competenze."

"Entro i limiti delle sue competenze?"

"Sì," disse Dupin. "Perché non soltanto ha adottato le tecniche migliori, ma le ha anche applicate nella maniera più perfetta possibile. Se la lettera fosse stata alla portata delle loro ricerche, quei ragazzi l’avrebbero trovata, non c’è dubbio."

Io mi limitai a ridacchiare. Ma Dupin sembrava che parlasse molto seriamente.

"Le tecniche adottate," continuò, "sono ottime, nel loro genere, e sono state messe in pratica con cura. Ma avevano un difetto: non erano applicabili né al caso, né all’uomo con cui abbiamo a che fare. Con le risorse di cui dispone, peraltro molto ingegnose, il prefetto si è costruito una specie di letto di Procuste, in cui costringe con la forza tutte le sue mosse. Ma sbaglia di continuo, o per troppo accanimento oppure per troppa superficialità rispetto al caso che ha tra le mani. Molti scolaretti ragionerebbero meglio di lui. Ne ho conosciuto uno di otto anni, ammirato da tutti per l’abilità con cui vinceva sempre a ‘pari e dispari’. È un gioco molto semplice, che si fa con le biglie. Uno dei giocatori tiene in mano un certo numero di biglie, e chiede all’altro se sono pari o dispari. Se la risposta è giusta, il giocatore che l’ha indovinata vince una biglia; se è sbagliata, ne cede una all’avversario. Il bambino di cui parlo ha vinto tutte le biglie della scuola. Naturalmente, aveva un suo sistema per indovinare. Un sistema semplicissimo: osservava l’avversario e ne calcolava il grado di astuzia. Facciamo un esempio: il suo avversario, uno stupido fatto e finito, gli chiede sollevando il pugno ‘pari o dispari?’. Il nostro scolaretto dice ‘dispari’ e perde. Ma al secondo tentativo certamente vincerà, perché ragiona così: ‘Questo stupido la prima volta ha preso un numero pari di biglie, e la sua astuzia basta appena a fargliene prendere ora un numero dispari. Allora dirò dispari’. Dice ‘dispari’ e vince. Ma con un avversario un po’ meno stupido, avrebbe ragionato così: ‘Il mio avversario sa che la prima volta ho detto dispari. Ora potrebbe seguire il suo primo impulso, cambiando semplicemente il numero delle biglie da pari a dispari, come ha fatto quell’altro imbecille. Ma se ci riflette un attimo, si accorge che questa variazione è troppo ovvia, e alla fine deciderà di prendere ancora un numero pari di biglie. E allora io dirò pari’. Dice ‘pari’ e vince. Ma in che cosa consiste, in ultima analisi, questo modo di ragionare, che gli amici del nostro scolaretto chiamano ‘fortuna’?"

"È semplice: nel fatto che la mente del nostro giocatore si identifica con quella dell’avversario."

"Proprio così," disse Dupin. "E quando interrogai il ragazzino sui mezzi che usava per riuscire a identificarsi così perfettamente con l’avversario, la risposta fu la seguente: ‘Quando voglio sapere fino a che punto uno è saggio, stupido, buono, o cattivo, oppure voglio conoscere esattamente cosa sta pensando in quel momento, faccio assumere al mio volto un’espressione il più possibile identica alla sua; poi aspetto di vedere quali sono i pensieri e i sentimenti che mi nascono nella mente e nel cuore, come se cercassero un accordo, o almeno una corrispondenza, con l’espressione del volto’. Questa risposta dello scolaretto è all’origine della presunta profondità attribuita a La Rochefoucauld, La Bruyère, Machiavelli e Campanella."

"E l’identificazione dipende, se ho capito bene, dall’accuratezza con cui riusciamo a valutare l’intelligenza dell’avversario."

"Sì, i risultati concreti che otteniamo dipendono proprio da questa precisione," rispose Dupin. "Il prefetto e la sua squadra falliscono così spesso per due motivi. Primo, non si identificano; secondo, perché sbagliano nel valutare – anzi, non valutano affatto – l’intelligenza dell’avversario con cui hanno a che fare. Hanno una loro idea dell’ingegnosità e considerano solo quella. Quando cercano qualcosa di nascosto, pensano solo ai modi con cui loro l’avrebbero nascosta. In un certo senso, hanno perfettamente ragione: la loro ingegnosità è una fedele rappresentazione di quella posseduta dalla massa. Ma quando l’astuzia di un singolo furfante è di un tipo diverso rispetto alla loro, cadono immancabilmente in trappola. Questo accade sempre quando l’astuzia è superiore alla loro, e molto spesso anche quando è inferiore. Le loro indagini si basano sempre sugli stessi principi. Tuttalpiù, quando lo impone una situazione insolita – una ricompensa particolarmente generosa – perfezionano a oltranza i vecchi modi di agire, ma non cambiano i principi. Nel caso di D***, per esempio, è stato fatto forse qualcosa per modificare questi principi? Cos’è tutto questo bucare, e sondare, e auscultare, e osservare al microscopio, e dividere la superficie di un edificio in tasselli numerati grandi un paio di centimetri? Cos’è, se non l’applicazione a oltranza di un principio investigativo (o di un insieme di principi) basato sulle idee che il prefetto, nel corso di lunghi anni di servizio, si è fatto dell’ingegnosità umana? Se ne sarà accorto: il prefetto dà assolutamente per scontato che tutti, quando devono nascondere una lettera, la nascondono – se non proprio in un buco fatto col trapano nella gamba di una sedia – almeno in una cavità, o in un angolo fuori mano, trovati con un ragionamento analogo a quello che spinge un individuo a decidere di nascondere una lettera in un buco fatto col trapano nella gamba di una sedia. E non si è accorto che tutti questi nascondigli recherchés sono adatti soltanto alle occasioni di poco conto, e sarebbero scelti solo da intelligenze di poco conto? Infatti, quando abbiamo a che fare con un oggetto nascosto, il nascondiglio – il nascondiglio trovato in questo modo recherché – si può sempre immaginare, e di fatto lo si immagina, fin dall’inizio: scoprirlo non dipende affatto dall’acume, ma piuttosto dalla pazienza, dall’attenzione, dalla determinazione di chi cerca. Se il caso è di una certa importanza, o la ricompensa generosa (il che, agli occhi della polizia, è lo stesso), queste qualità non hanno mai fallito. Lei capirà adesso cosa intendevo quando ho detto che, se la lettera rubata era nascosta da qualche parte entro il raggio di indagine del prefetto – in altri termini, se il principio con cui era stata nascosta rientrava tra i principi del prefetto – la si sarebbe senz’altro ritrovata. Invece il nostro uomo è stato tratto in inganno; la causa remota della sua sconfitta sta nella supposizione che il ministro è uno stupido perché ha fama di poeta. Tutti gli stupidi sono poeti, questo pensa il prefetto. Ma quando ne deduce che tutti i poeti sono stupidi, sbaglia, e il suo errore è la non distributio medii."

"Ma è veramente un poeta?" domandai. "Per quanto ne so, sono due fratelli, e tutti e due sono nomi conosciuti nel campo della cultura. Ma credo che il ministro abbia scritto un dotto volume sul calcolo differenziale. È un matematico, non un poeta."

"Si sbaglia. Lo conosco bene: è un poeta e anche un matematico. Proprio per questo sa ragionare correttamente; se fosse stato solo un matematico non avrebbe saputo ragionare affatto e dunque sarebbe stato alla mercè del prefetto."

"Queste sue opinioni, in netto contrasto con quel che si sostiene comunemente, mi sorprendono. Non penserà di distruggere un’idea accettata ormai da secoli. La razionalità della matematica è stata sempre considerata la razionalità par excellence."

"Il y a à parier," rispose Dupin citando Chamfort, "que toute idée publique, toute convention reçue est une sottise, car elle a convenu au plus grand nombre. I matematici, glielo garantisco, hanno fatto del loro meglio per diffondere l’errore popolare a cui lei allude, e che rimane un errore anche se viene spacciato per verità. Con un’abilità degna di miglior causa, per esempio, hanno introdotto il termine analisi applicato all’algebra. All’origine di questo fraintendimento ci sono i francesi. Ma se le parole contano qualcosa – se le parole derivano il loro significato da come vengono usate – allora ‘analisi’ ha a che fare con ‘algebra’ come il latino ambitus ha a che fare con ‘ambizione’, religio con ‘religione’, e homines honesti con uomini d’onore.

"Vedo che sta covando una polemica con la maggior parte degli algebristi parigini," dissi "Ma continui."

"Io contesto la validità, e di conseguenza l’importanza, di una ragione coltivata con qualsiasi mezzo diverso dalla logica astratta. Contesto, in particolare, la razionalità che proviene dallo studio della matematica. La matematica è la scienza che si occupa delle forme e delle quantità. Il ragionamento matematico non è altro che la logica applicata alle osservazioni sulle forme e le quantità. Il grande errore sta nel supporre che le verità dell’algebra pura siano verità astratte o generali. Questo errore è così marchiano che mi stupisco al vederlo accettato da tutti. Gli assiomi matematici non sono veri in assoluto. Quel che a buon diritto si può dire di una relazione – della forma e della quantità – è spesso grossolanamente sbagliato se viene riferito per esempio alla morale: qui, che la somma delle parti sia maggiore del tutto, è molto spesso falso. In chimica, l’assioma non è valido. Non è valido neanche se abbiamo a che fare con il movente di un’azione: quando esiste più di un movente, ognuno di un valore determinato, il loro valore complessivo non è necessariamente uguale alla somma delle parti. E molte altre verità matematiche sono tali soltanto entro i limiti delle relazioni. Argomentare sulla base di queste verità limitate scambiandole per verità assolute è tipico dei matematici; del resto la gente si è convinta che queste verità siano applicabili in qualunque ambito. Bryant, nella sua dottissima Mythology cita un’analoga fonte di errori, quando dice che ‘anche se non crediamo alle favole dei pagani, ce ne dimentichiamo continuamente, facendo riferimento a queste favole come a una realtà concreta’. Gli algebristi invece, pagani a pieno titolo, credono alle loro favole, a cui fanno riferimento non per un difetto di memoria, ma perché soffrono di un’inspiegabile confusione mentale. Per farla breve: non ho mai incontrato un matematico puro di cui ci si potesse fidare, se non per l’estrazione di una radice quadrata, e neppure uno che in cuor suo non tenga come articolo di fede che x + px è assolutamente e incondizionatamente uguale a q. Faccia una prova, se vuole: dica a uno di questi signori che secondo lei esistono dei casi in cui x + px non èuguale a q. Ma dopo aver spiegato loro cosa intende, se la dia a gambe più velocemente che può, perché senza dubbio cercheranno di accopparla.

"Voglio dire," continuò Dupin mentre io ridevo a queste sue osservazioni, "che se il ministro fosse stato soltanto un matematico, il prefetto non sarebbe stato costretto a firmarmi l’assegno. Ma io sapevo che era un matematico e anche un poeta, e a questo ho adeguato il mio ragionamento, tenendo conto anche delle circostanze in cui il ministro si trovava. Sapevo anche che era un cortigiano, e uno sfacciato intrigante. Un uomo simile, mi dissi, non poteva non essere a conoscenza dei metodi solitamente adoperati dalla polizia. Non poteva non prevedere – e di fatto le aveva previste, come sappiamo – le trappole che gli venivano tese. Doveva aver previsto, pensai, la perquisizione segreta nei suoi appartamenti.

Le frequenti assenze notturne, salutate dal prefetto come un aiuto al successo dell’indagine, per me erano semplici ruses, messe in atto per consentire alla polizia una perquisizione accurata, in modo che arrivasse a concluderne, il più rapidamente possibile, che la lettera non si trovava nell’edificio. E in effetti, G*** a questa conclusione finalmente c’è arrivato. Sono anche convinto che il ragionamento riguardante i principi a cui i poliziotti fanno ricorso quando cercano un oggetto nascosto – insomma, la concatenazione di pensieri che un attimo fa, con qualche fatica, ho cercato di ricostruire per lei –, sono convinto, dicevo, che questo ragionamento il ministro lo abbia avuto bene in mente. Ed è questo ragionamento che lo ha senz’altro condotto a disdegnare i soliti nascondigli. Lui non poteva, mi dissi, essere così sciocco da non pensare che anche il nascondiglio più astruso e inaccessibile di casa sua, davanti agli occhi, alle sonde, ai trapani, ai microscopi del prefetto, sarebbe sembrato un armadio aperto. Capii, infine, che sarebbe stato costretto a scegliere la semplicità, se già non l’aveva scelta spontaneamente, seguendo le sue inclinazioni. Ricorderà, forse, lo scoppio di risa del prefetto, quando durante il nostro primo colloquio gli suggerii che il mistero era così impenetrabile proprio perché troppo semplice."

"Sì," dissi, "ricordo bene la sua ilarità. Ero convinto che gli sarebbe venuto un attacco."

"Il mondo materiale," continuò Dupin, "presenta molte analogie con il mondo immateriale. Su questa base, si è attribuita una parvenza di verità a quel principio della retorica secondo cui una metafora, o una similitudine, può rafforzare un ragionamento, oltre che abbellire una descrizione. Il principio della forza inerziale, per esempio, sembra valere allo stesso modo in fisica e in metafisica. Così, come è vero in fisica che un corpo di grandi dimensioni oppone più resistenza al movimento di uno piccolo, e che l’impulso (il momentum) necessario dipende da questa resistenza, è vero in metafisica che un intelletto molto dotato – pur essendo più impetuoso, più costante, più efficace nelle sue azioni di un intelletto meno dotato – si mette in moto con minore prontezza, e percorre lentamente i primi passi del suo cammino. E ancora: per strada, ha mai osservato le insegne dei negozi? Quali secondo lei attirano di più l’attenzione?"

"Non ci ho mai pensato," dissi.

"C’è un gioco che si fa su una carta geografica. Uno dei giocatori chiede all’altro di trovare una certa parola – il nome di una città, di un fiume, di uno stato o di un impero – insomma, uno dei tanti che si trovano sulla variopinta e complicata superficie della mappa. I novellini cercano quasi sempre di mettere in imbarazzo l’avversario facendogli indovinare un nome scritto a caratteri piccolissimi. Ma gli esperti scelgono i nomi scritti in grande, sgranati da un capo all’altro della carta geografica. Questi nomi, proprio come le insegne e i manifesti scritti a caratteri cubitali, sfuggono all’attenziòne proprio perché sono troppo evidenti. Queste sviste materiali sono assolutamente analoghe alla disattenzione mentale con cui l’intelletto si lascia sfuggire senza osservarle le considerazioni troppo apertamente e clamorosamente evidenti. Ma questo punto – almeno così sembra – non è alla portata del prefetto: troppo sopra, o troppo sotto, rispetto alla sua capacità di comprensione. Il prefetto non ha pensato neppure per un attimo alla probabilità, o alla possibilità, che il ministro avesse collocato la lettera proprio sotto il naso di tutti, in modo da impedire a chiunque di vederla.

"Più riflettevo sull’ingegnosità di D** *, così audace, brillante e fuori dal comune, più riflettevo sul fatto che doveva tenere la lettera a portata di mano, se voleva servirsene al momento opportuno, più riflettevo sul fatto (ormai appurato dal prefetto) che il documento non si trovava nel raggio di una normale perquisizione di polizia, più mi convincevo che, per nascondere la lettera, il ministro si era servito dell’espediente più ovvio e astuto. Vale a dire, non aveva affatto tentato di nasconderla.

"Con questa idea in testa, mi procurai un paio di occhiali scuri e un bel mattino, come per caso, capitai al palazzo del ministro. Vi trovai D*** che sbadigliava, poltriva e perdeva tempo, come fa di solito, fingendo di essere sprofondato nell’ennui. (Il ministro è probabilmente uno degli uomini più attivi del mondo, ma solo quando nessuno lo vede.)

"Per non essere da meno, mi lamentai della mia vista debole, che mi costringeva a portare gli occhiali. Protetto dalle lenti, mentre sembravo intento a conversare con il mio ospite, passai minuziosamente in rassegna l’intera stanza.

"Dedicai particolare attenzione a un’ampia scrivania (il ministro sedeva a poca distanza) ingombra di lettere e altre carte, tra cui c’erano anche un paio di strumenti musicali e qualche libro. Ma qui, dopo una ricerca lunga e molto insistita, non trovai nulla che potesse far nascere qualche sospetto.

"Alla fine i miei occhi, facendo il giro della stanza, si posarono su un insignificante portadocumenti di cartone filigranato, che era appeso con un sudicio nastro blu a un chiodo di ottone, proprio al centro del caminetto. Nel portacarte, diviso in tre o quattro scomparti, c’erano cinque o sei biglietti da visita, e un’unica lettera, molto sporca e spiegazzata. La lettera era quasi strappata in due, proprio nel mezzo: sembrava che qualcuno, dopo aver avuto in un primo momento l’idea di farla a pezzi come cosa senza valore, poi si fosse fermato, oppure avesse cambiato idea. Recava un grande sigillo nero, dove erano impresse in bella evidenza le iniziali di D***; l’indirizzo, scritto in una minuta calligrafia femminile, era quello del ministro. Era stata infilata con negligenza – perfino con disprezzo, sembrava – in uno degli scomparti superiori del portacarte.

"Mi bastò un’occhiata per capire che quella era la lettera che stavo cercando. Certo, a vederla era completamente diversa dalla lettera di cui il prefetto ci aveva letto una descrizione così accurata. Qui il sigillo era grande e nero, con le iniziali di D***; là era piccolo e rosso, con lo stemma ducale della famiglia S***. Questa era indirizzata al ministro, da una calligrafia minuta e femminile. L’altra, indirizzata a un alto personaggio reale, era scritta da una calligrafia piuttosto marcata ed energica. Le due lettere avevano in comune soltanto la dimensione. Ma alla lunga, queste differenze perfino eccessive, come pure la sporcizia, il foglio sgualcito e strappato, così in contrasto con le abitudini metodiche di D***, e così palesemente tese a ingenerare nell’osservatore l’idea che il documento non valesse nulla; tutte queste cose, insieme alla sfacciata esibizione del documento, esposto alla vista di qualsiasi visitatore, e dunque in perfetto accordo con le conclusioni a cui ero giunto in precedenza, tutte queste cose, dico, confermavano decisamente i sospetti di chi, come me, era andato lì con l’intenzione di sospettare.

"Prolungai la mia visita il più a lungo possibile, e mentre sostenevo un’accesa discussione con il ministro, su un argomento che lo aveva sempre interessato, la mia attenzione era ferma sulla lettera. La esaminai ben bene, fissando nella memoria il suo aspetto esterno e il modo in cui era sistemata nel portacarte. E feci pure una scoperta che levava di mezzo anche il più piccolo dubbio residuo. Mentre osservavo i bordi della carta, vidi che erano più sgualciti del necessario. Avevano l’aspetto che ha un foglio di carta pesante quando lo si piega una volta, pressando poi il bordo, e poi lo si ripiega in senso contrario lungo la stessa piega. Questa scoperta era sufficiente. Per me era chiaro che la lettera era stata rivoltata come un guanto, e poi indirizzata e sigillata di nuovo. Salutai il ministro e subito me ne andai, lasciando una tabacchiera d’oro sul tavolo.

"Il mattino dopo tornai per cercare la tabacchiera, e ripresi con il ministro la vivace conversazione iniziata il giorno prima. Mentre eravamo immersi nella discussione, udimmo proprio sotto le finestre del palazzo una forte detonazione, come fosse un colpo di pistola, seguita dalle urla e dalle voci della folla terrorizzata. Il ministro si avvicinò a una finestra, la aprì e guardò fuori. Nel frattempo io mi avvicinai al portacarte, presi la lettera, me la infilai in tasca, e la sostituii con un facsimile (per quanto riguarda l’aspetto esterno) che avevo preparato a casa con molta cura, imitando facilmente le iniziali di D*** su un sigillo ricavato dalla mollica del pane.

"I rumori in strada erano stati causati dal folle comportamento di un uomo che, armato di fucile, aveva preso a sparare su un gruppo di donne e bambini. Si scoprì però che il fucile era caricato a salve e il tizio, un pazzo o un ubriaco, fu rimesso in libertà. Quando l’uomo se ne andò, il ministro si allontanò dalla finestra, dove lo avevo raggiunto subito dopo aver sostituito il documento. Un attimo dopo presi congedo da lui. Il presunto pazzo lo avevo pagato io."

"Ma a che scopo," chiesi, "ha sostituito la lettera con un facsimile? Non era meglio impadronirsene senza trucchi durante la prima visita, e poi andarsene?"

"D*** è un uomo pronto a tutto, oltre che dotato di molto sangue freddo. Ed è circondato da servitori che proteggono i suoi interessi. Se io avessi fatto l’incauto tentativo che lei suggerisce, c’era il rischio di non uscir vivo

da quella casa. I bravi parigini non avrebbero più sentito parlare di me. A parte queste considerazioni, però, avevo anche un mio scopo. Lei conosce le mie simpatie politiche. In questa faccenda, mi sono comportato come un paladino della dama in questione. Sono ormai diciotto mesi che il ministro la tiene in suo potere. Ma adesso è lei a tenerlo in pugno; infatti, poiché il ministro non sa che la lettera non è più in suo possesso, continuerà il suo ricatto come se nulla fosse accaduto. Ma in questo modo segnerà con le sue stesse mani la propria immediata rovina politica. E la caduta sarà precipitosa quanto ridicola. Parliamo pure del facilis descensus Averni; ma ogni tipo di scala (come dice la Catalani a proposito del canto) è molto più facile da salire che da scendere. In questo caso non ho alcuna simpatia – e neppure pietà – per chi scende: un monstruum horrendum, come può esserlo un uomo di genio senza principi morali. Ma lo confesso: mi piacerebbe essere nella testa del ministro quando, sfidato dalla dama che il prefetto si ostina a chiamare ‘un certo personaggio’, sarà costretto ad aprire la lettera che gli ho lasciato nel portacarte."

"Ma come? C’è scritto qualcosa?"

"Be’, non mi pareva bello lasciare l’interno in bianco: poteva sembrare un insulto. Una volta, a Vienna, D*** mi giocò un brutto tiro e io gli dissi scherzando che non me ne sarei dimenticato. Così, poiché ero certo che avrebbe avuto qualche curiosità sulla persona che lo aveva messo nel sacco, era un peccato – pensai – non lasciargli un indizio. Il ministro conosce bene la mia calligrafia; di conseguenza, mi sono limitato a riportare nel bel mezzo del foglio bianco queste parole, prese dall’Atrée di Crébillon:

Un dessein si funeste,

S’il n’est digne d’Atrée, est digne de Thieste."

Edgar Allan Poe

 

 
I monaci e il secchio
 
Uno dei monaci del monastero di Sceta commise una grave mancanza, e così fu chiamato l’eremita più saggio perché potesse giudicarla. L’eremita si rifiutò, ma i monaci insistettero tanto che lui finì per andare. Prima, però, prese un secchio e lo forò in vari punti. Poi, lo riempì di sabbia e s’incamminò verso il convento. Il superiore, vedendolo entrare, gli domandò che cosa fosse.
"Sono venuto a giudicare il mio prossimo – disse l’eremita -. I miei peccati stanno scorrendo dietro di me, come scorre la sabbia di questo secchio. Ma, siccome non mi guardo alle spalle e non mi rendo conto dei miei stessi peccati, sono stato chiamato a giudicare il mio prossimo!"
I monaci allora rinunciarono alla punizione all’istante.
 

Paulo Coelho

 
 
 
Da tempo la "morte rossa" devastava il paese.
Mai epidemia era stata piu’ fatale, o piu’ spaventosa. Il sangue era la sua
manifestazione e il suo suggello, il rosso e l’orrore del sangue. Essa appariva
con dolori acuti, uno stordimento improvviso, poi un sanguinare diffuso dai
pori, infine sopravveniva la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e
soprattutto sul volto delle vittime rappresentavano il marchio della pestilenza
che precludeva ai colpiti ogni aiuto e ogni comprensione da parte dei propri
simili. E l’attacco, il progredire e la conclusione del male si risolvevano
nello spazio di mezz’ora.
 
Ma il principe Prospero era una creatura felice, indomabile e preveggente.
Quando le sue terre furono a meta’ spopolate, egli raduno’ al proprio cospetto
un migliaio di amici sani e spensierati scelti tra i cavalieri e le dame della
sua corte, e con costoro si ritiro’ nell’inviolato isolamento di una delle
tante sue abbazie merlate. Era una costruzione enorme, splendida, creata dal
gusto eccentrico e sfarzoso del principe in persona. Un muro forte e altissimo
la circondava. Questo muro era munito di cancelli di ferro. Appena furono
entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le
serrature. Erano decisi a non lasciare alcuna possibilita’ di entrata o di
uscita agli improvvisi scatti di disperazione o di demenza che potevano nascere
all’interno. L’abbazia era ampiamente fornita di viveri, e con tante
precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Che il
mondo esterno pensasse a se stesso: nel frattempo era follia addolorarsi o
pensare. Il principe si era preoccupato di provvedere a tutti i mezzi di
divertimento: vi erano buffoni, "improvisatori", ballerini, musicanti, vi era
la Bellezza, vi era il vino. Tutte queste cose e la sicurezza regnavano la’
dentro: fuori infuriava la "morte rossa".
 
Fu verso il finire del quinto o del sesto mese del proprio isolamento, e mentre
la pestilenza fuori era al colmo della sua virulenza, che il principe Prospero
decise di offrire ai suoi mille amici un ballo mascherato d’insolito splendore.
 
Fu uno spettacolo d’inaudita raffinatezza, questa mascherata; ma desidero
descrivere le stanze in cui essa si svolse. Ve n’erano sette, che formavano un
unico maestoso appartamento. In molti palazzi pero’ simili fughe di stanze
formano una veduta lunga e diritta, mentre le porte a due battenti scorrono sin
quasi entro le pareti su ciascun lato, in modo da permettere di abbracciare
tutta l’estensione dell’appartamento con una sola occhiata. Qui pero’ la cosa
era molto diversa, com’era facile aspettarsi dall’amore del duca per il
BIZZARRO. Le camere erano disposte in modo talmente irregolare che lo sguardo
stentava a comprenderne poco piu’ di una alla volta. A ogni venti o trenta
metri vi era una svolta brusca e a ogni svolta l’effetto era diverso. A destra
e a manca, nel mezzo di ciascuna parete, un’alta e slanciata finestra gotica
dava su un corridoio chiuso che assecondava le tortuosita’ dell’appartamento.
Queste finestre erano di vetro colorato e il loro colore variava secondo la
tinta predominante delle decorazioni della stanza entro la quale ciascuna
finestra si apriva. La stanza sull’estremo lato orientale era drappeggiata, per
esempio, di turchino; e di un turchino intenso erano le finestre. La seconda
stanza aveva gli ornamenti e le tappezzerie purpuree, e purpuree pure erano le
invetriate. La terza stanza era tutta verde, e altrettanto le finestre. La
quarta era arredata e illuminata in colore arancione, la quinta di bianco, la
sesta di violetto. La settima stanza era pesantemente avvolta in panneggi di
velluto nero che pendevano ovunque dal soffitto e dalle pareti, ricadendo in
pesanti pieghe su un tappeto della stessa stoffa e colore. In quest’unica
stanza pero’ la tinta delle finestre non corrispondeva alle decorazioni. Le
invetriate erano di colore scarlatto, di un sanguigno cupo. Ora in nessuna di
quele sette stanze vi era una sola lampada o candelabro, pur tra la profusione
di ornamenti dorati sparsi qua e la’ o pendenti dai soffitti. Nessuna luce di
nessun genere vi era che emanasse da lampada o candela entro la fuga di stanze,
ma nei corridoi che ne accompagnavano i serpeggiamenti era appoggiato, di
contro a ciascuna finestra, un pesante tripode, reggente un braciere acceso, il
cui fuoco proiettava i suoi raggi attraverso il vetro istoriato da cui la
stanza era in tal modo vividamente illuminata. Questo produceva un’infinita’ di
immagini variopinte e fantastiche. Ma nella stanza nera, la occidentale,
l’effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui neri panneggi attraverso
le invetriate tinte di sanguigno era spettrale all’estremo, e produceva sulle
fisionomie di coloro che vi entravano un’apparenza talmente irreale, che pochi
tra gli ospiti dell’abbazia avevano l’ardire di porre piede in quel locale.
 
In questa stanza vi era pure, poggiato contro la parete occidentale, un
gigantesco orologio d’ebano. Il suo pendolo oscillava innanzi e indietro con un
brusio sordo, cupo, monotono; e allorche’ la lancetta dei minuti compiva il giro
del quadrante e l’ora batteva, proveniva dai polmoni di bronzo dell’orologio un
suono chiaro e forte e profondo e straordinariamente musicale, ma cosi’
stranamente accentuato che, allo scoccare di ogni ora i musicanti dell’orchestra
erano costretti ad arrestarsi per un attimo durante l’esecuzione dei loro pezzi,
e ad ascoltare quel suono; cosi’ anche le coppie danzanti cessavano forzatamente
le loro evoluzioni, e in tutta la gaia compagnia subentrava come un breve
smarrimento, e mentre ancora echeggiavano i rintocchi dell’orologio, si poteva
notare che i piu’ storditi impallidivano e i piu’ vecchi e tranquilli si
passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa fantasticheria e
meditazione. Ma non appena quei rintocchi tacevano, subito tutti erano pervasi
da un lieve riso; i musicanti si guardavano tra loro e sorridevano quasi a
beffarsi del proprio nervosismo e della propria esitazione, e sussurrando si
ripromettevano gli uni agli altri che il prossimo scoccare della pendola non li
avrebbe piu’ sorpresi e scossi a quel modo; ma quando, al termine di sessanta
minuti (un periodo che comprende tremilaseicento secondi del Tempo che fugge) di
nuovo si udivano i rintocchi dell’orologio, ecco che quello stesso smarrimento e
incertezza e concentrazione s’impadronivano degli astanti.
 
Nonostante cio’, tuttavia, la festa era gaia e splendida. I gusti del duca erano
specialissimi. Egli possedeva una conoscenza sagace dei colori e degli effetti.
Disprezzava i "decora" dettati semplicemente dalla moda. I suoi progetti erano
audaci e bizzarri, e le sue ideazioni splendevano di sfarzo barbarico. Forse
qualcuno avrebbe potuto giudicarlo pazzo, ma cosi’ non lo ritenevano i suoi
seguaci: bisognava ascoltarlo e udirlo e vivergli dappresso per essere CERTI che
non lo fosse.
 
Era stato lui a dirigere personalmente gran parte degli abbellimenti temporanei
delle sette stanze, in occasione di quella grande festa, ed era stato il suo
gusto personale a conferire carattere alle maschere. Erano certamente maschere
grottesche. Sfavillanti e luccicanti, erano, piccanti e fantastiche;
assomigliavano a molto di quel che poi si e’ veduto nell’ERNANI. Alcune di
queste maschere erano figure d’arabesco, con membra e ornamenti strampalati.
Altre parevano le fantasie deliranti di un pazzo. Molte altre ancora erano
bellissime, molte capricciose, molte BIZZARRE, alcune terribili, e non poche
avrebbero potuto suscitare disgusto. In realta’ nelle sette stanze si
avvicendavano senza posa miriadi di sogni. E questi, i sogni, si torcevano qua
e la’, assumendo colore nelle stanze e provocando la sensazione che la musica
ossessionante dell’orchestra non fosse che l’eco dei loro passi. Ed ecco che
ancora la pendola d’ebano, nella sala del velluto, batte le ore. Ed ecco che
ancora per un attimo tutto e’ immobilita’ e silenzio, tranne la voce
dell’orologio. I sogni s’irrigidiscono e si raggelano nel punto in cui stavano
volteggiando, ma gli echi della suoneria muoiono lontani, non sono durati che
un istante, e un riso sommesso, leggero, fluttua e l’insegue mentre essi si
dileguano. Ed ecco che la musica si rinturgidisce, e i sogni rivivono, e
nuovamente si attorcono ancora piu’ gai che per l’innanzi, colorandosi ai
riflessi delle finestre variopinte attraverso cui si rifrange in mille raggi il
bagliore dei tripodi. Ma verso la camera piu’ occidentale delle sette nessuna
maschera osa ora avventurarsi; poiche’ la notte sta ormai trascolorando, e
dalle invetriate sanguigne si irradia una luce piu’ rossiccia, e la cupezza
degli scuri drappeggi sgomenta, e a colui il cui piede si posa sul nero tappeto
giunge dal vicino orologio d’ebano un rintocco smorzato, piu’ solenne, piu’
veemente, di quanto possa giungere agli orecchi di COLORO che si abbandonano al
piacere e alla gaiezza nelle stanze piu’ lontane.
 
Ma queste altre stanze erano fittamente affollate, e in esse il cuore della
vita pulsava febbrilmente. E la festa prosegui’ turbinosa, sinche’ all’orologio
incominciarono i primi rintocchi della mezzanotte. E la musica cesso’, come ho
detto, e le evoluzioni dei ballerini s’interruppero, e come prima vi fu un
inquieto arresto di ogni cosa. Questa volta pero’ alla pendola stavano
scoccando dodici colpi, e cosi’ fu forse che piu’ pensiero, con piu’ tempo,
pote’ insinuarsi nelle menti dei piu’ riflessivi fra la turba dei baldorianti.
E questo fu forse anche il motivo per il quale prima che gli ultimi echi
dell’ultimo rintocco si perdettero e si smorzassero nel silenzio, piu’ d’uno
tra la folla ebbe modo di avvertire la presenza di una figura mascherata che
sino a quel momento non aveva attratta l’attenzione di alcuno. Ed essendosi
rapidamente diffusa all’intorno in un sussurro la voce di questa nuova
presenza, si levo’ alfine da tutta la compagnia un fremito, un mormorio,
dapprima di disapprovazione e di sorpresa… e infine di spavento, di orrore,
di disgusto.
 
In un’accolta di fantasmi quale io ho descritta e’ facile immaginare che
un’apparizione normale non avrebbe certamente suscitato tanto scompiglio. In
realta’ la licenza sfrenata di quella notte non aveva quasi limiti, ma la
figura in questione avrebbe superato in crudelta’ fantastica lo stesso Erode, e
aveva persino oltrepassato i confini pure immensi della stravaganza del
principe. Anche i cuori degli esseri piu’ sfrenati hanno corde che non possono
essere toccate senza che vibrino di emozione. Anche per gli esseri piu’
perduti, per i quali la vita e la morte sono ugualmente motivo di beffa,
esistono cose di cui non e’ possibile beffarsi. Tutti gli astanti insomma
sentivano ormai acutamente che nel costume e nel portamento dello straniero non
vi erano ne’ spirito ne’ decenza. La figura era alta e scarna, e avvolta da
capo a piedi nei vestimenti della tomba. La maschera che ne nascondeva il viso
era talmente simile all’aspetto di un cadavere irrigidito che anche l’occhio
piu’ attento avrebbe stentato a scoprire l’inganno. Eppure tutto cio’ avrebbe
potuto essere sopportato, se non approvato, dai gaudenti forsennati che si
aggiravano per quelle sale: ma il travestimento aveva spinto tant’oltre la
sfrontatezza da assumere le sembianze della "morte rossa". Le sue vesti erano
intrise di SANGUE, e la sua vasta fronte e tutti i lineamenti della sua faccia
erano spruzzati dell’orrore scarlatto.
 
Allorche’ gli occhi del principe Prospero caddero su questa spettrale immagine
(che con movimenti tardi e solenni, come per meglio sostenere il proprio ruolo,
si aggirava tra i danzatori) lo si vide contorcersi, a un primo momento, in un
lungo brivido forse di terrore, forse di disgusto; ma subito dopo la sua fronte
si invermiglio’ di collera.
– Chi osa? – domando’ con voce rauca ai cortigiani che lo attorniavano, – chi
osa insultarci con questa irrisione sacrilega? Prendetelo e smascheratelo,
affinche’ possiamo sapere chi impiccheremo all’alba ai merli del nostro
castello!
 
Quando proferi’ queste parole il principe Prospero si trovava nella stanza
turchina, ovvero la stanza orientale. Esse rimbombarono alte e chiare per tutte
le sette stanze, poiche’ il principe era un uomo vigoroso e forte, e a un cenno
dela sua mano la musica si era taciuta.
 
Nella stanza turchina stava il principe, attorniato da un gruppo di cortigiani
pallidi. A tutta prima, non appena egli ebbe parlato, questo gruppo ebbe un
lieve moto irrompente in direzione dell’intruso, il quale in quell’attimo si
trovava pure vicino e ora con passo solenne e deciso si approssimava ancor piu’
al principe. Ma per un misterioso innominato terrore che l’aspetto pauroso
della maschera aveva ispirato a tutti i presenti, nessuno oso’ stendere una
mano per afferrarla, cosicche’ lo sconosciuto pote’ passare a un metro di
distanza dalla persona del principe senza che alcuno lo trattenesse, e mentre
la folla, come colta da un unico subitaneo impulso, si ritraeva dal centro
delle stanze verso le pareti, egli prosegui’ indisturbato nel proprio cammino,
ma sempre con quel passo maestoso e misurato che lo aveva distinto sin dal
primo momento, attraverso la stanza turchina a quella purpurea, dalla stanza
purpurea alla verde, dalla stanza verde alla stanza arancione, e poi alla
bianca, e da questa si spinse persino nella stanza violetta, prima che venisse
fatto un movimento risoluto per fermarlo. Fu allora pero’ che il principe
Prospero, accecato di collera e vergognoso per la propria momentanea codardia,
si butto’ precipitosamente attraverso le sei stanze, non seguito da alcuno,
causa il terrore mortale che aveva raggelato tutti quanti i presenti. Impugnava
alta sul capo una spada sguainata, e si era avvicinato, rapido, impetuoso, a
pochissimi passi dalla figura, retrocedente, quando questa, giunta
all’estremita’ della stanza di velluto, si volse bruscamente e affronto’ il
proprio inseguitore. Si intese un grido lacerante, e la spada si abbatte’ in
uno sfavillio sul nero del tappeto, sopra il quale, un attimo dopo, cadde
prostrato nella morte il principe Prospero. Allora, raccogliendo in se’ il
folle coraggio della disperazione, un gruppo di baldorianti si precipito’ nella
stanza nera e afferro’ il travestito, la cui alta figura stava eretta e
immobile entro l’ombra della pendola d’ebano, ma un gemito di indicibile orrore
usci’ dai loro petti quando essi si accorsero che le vesti funerarie e la
maschera cadaverica che avevano strette con tanta violenta rudezza non
contenevano alcuna forma tangibile.
 
E allora tutti compresero e riconobbero la presenza della "morte rossa" giunta
come un ladro nella notte, e a uno a uno i gaudenti giacquero nelle sale
irrorate di sangue delle loro gozzoviglie, e ciascuno mori’ nell’atteggiamento
disperato in cui era caduto. E la vita della pendola d’ebano si estinse con
quella dell’ultimo dei baldorianti. E le fiamme dei tripodi si spensero. E
l’Oscurita’, la Decomposizione e la Morte rossa regnarono indisturbate su
tutto.

Arrivò all’ufficio postale con un pacco da spedire.

“Ma che roba contiene?” chiese l’impiegato storcendo il naso.

“Puzza maledettamente di merda”

“L’ha detto. C’è anche specificato nel contenuto”

“E che c’e’specificato?”

“Che contiene merda, come giustamente lei ha arguito”

L’impiegato fece un balzo all’indietro e allontanò da sé il pacco con un calcio.

“Lo porti immediatamente via!” urlò quasi. “Come le viene in mente di portare un pacco di merda in un luogo pubblico?”

“E perchè dovrei portarlo via se è lecito?”

“Perchè io non accetterò mai un pacco contenente merda”

“E’ proibito?”

“Si!”

“Ebbene, mi faccia vedere il regolamento postale e mi faccia leggere il paragrafo ove si faccia divieto di spedire pacchi contenenti merda”

L’impiegato si astenne dal rispondere. Squadrò bellicosamente quell’individuo, indi si diresse a grandi falcate verso la stanza del direttore.

Uscirono entrambi dopo un quarto d’ora, molto eccitati. Il direttore era un omino rotondetto che, parlando, salterellava sulle due gambette corte e tozze.

“Sarebbe quello?” chiese indicando il pacco per terra, ma tenendosi ad una certa distanza.

“Per l’appunto” confermò il subalterno.

Il direttore sporse un poco in avanti la testa e, a occhi chiusi diede una leggera annusata all’aria.

“Puzza di merda”, sentenziò infine.

“E di cosa dovrebbe puzzare, di grazia?”, intervenne a questo punto il proprietario del pacco. “La merda è merda sotto qualsivoglia latitudine. Piuttosto, avete trovato nel regolamento una frase che mi impedisca di spedirla?”

“Ma certe cose sono sottintese”, spiegò il direttore. “Sono così ovvie che solo un pazzo penserebbe di includerle nel regolamento postale”

“No, se il regolamento non lo vieta, io ho il diritto di spedire il mio pacco. Quindi poche storie perché non intendo perdere altro tempo”

Il direttore dovette arrendersi. Del resto, meglio far presto a rimuovere dall’ufficio quel puzzolentissimo coso e ficcarlo nell’angolo più lontano del cortile in attesa che il furgone lo venisse a prelevare. Tanto più che gli altri clienti stavano cominciando a dar segni di impazienza.

“Beh, e lei che aspetta a pesarlo e ad applicarci le relative marche?” disse stizzito all’impiegato, e fece due passi indietro per mettere maggior distanza possibile fra sé e quel fetore.

L’impiegato pesò il pacco, riempì il bollettino usando una sola mano perchè l’altra gli serviva per tapparsi il naso.

Ormai il cattivo odore era aumentato in maniera tale, che i presenti cominciavano a dar visibili segni di insofferenza e alcuni degli impiegati più giovani dovevano fare inauditi sforzi per non scappare urlando. Solo lo spettro del licenziamento per abbandono di lavoro li teneva inchiodati al loro posto.

L’impiegato addetto al pacco, al colmo della rabbia, dopo aver applicato le marche sul pacco, come per scaricarsi vibrò con tale forza il timbro contro l’involucro per annullare le marche che il pacco si ruppe, anzi deflagrò come una bomba facendone schizzare fuori il contenuto.

I clienti che in quel momento si trovavano nell’ufficio postale, protetti com’erano dal vetro che li divideva dal reparto impiegatizio ne uscirono completamente indenni, ma al di là  del vetro fu un’autentica tragedia. Ciascuno restò coperto da uno strato di un centimetro di merda sulla parte del corpo orientata verso l’esplosione. Cioè chi ebbe ricoperto il profilo destro, chi il sinistro e chi, i più fortunati, solo la parte posteriore.

Si dice che chi si trova al centro di un’esplosione generalmente se la cava. Forse può essere vero nel caso di dinamite, nel caso della merda non è assolutamente vero. Bastò dare un’occhiata all’omino del timbro per rendersene conto.

Uno spettacolo di nauseabonda terrificanza. Le pareti dell’ambiente avevano cambiato colore, tutti si guardavano perplessi e stralunati, tanto scossi dall’avvenimento che all’odore della merda – e sì che adesso si era centuplicato – nessuno ci faceva più caso. Non appena una parvenza di calma fu tornata il proprietario, anzi l’ex proprietario del pacco, andò allo sportello e chiese un modulo per un reclamo per distruzione di pacco.

“Mi raccomando, un modulo pulito, non uno sporco di merda”

Fredric Brown – Il Solipsista

 
"Walter B. Jehovah (non ve la prendete con me, si chiamava davvero così) era stato un solipsista per tutta la vita. Un solipsista, nel caso non lo sappiate, è un tale che crede di essere la sola cosa veramente esistente, che l’altra gente e l’universo generale esistono solo nella sua immaginazione e che se lui smettesse di immaginarli cesserebbero d’esistere.
Un giorno, Walter B. Jehovah diventò solipsista militante. Nel giro di una settimana, sua moglie era scappata con un altro uomo, lui aveva perso il posto di magazziniere e si era rotto una gamba correndo dietro a un gatto nero per impedirgli di attraversargli la strada.
Mentre era in ospedale, decise di farla finita.
Guardando fuori della finestra, fissò le stelle e volle che cessassero d’esistere. Le stelle sparirono.
Volle poi che tutta l’altra gente cessasse d’esistere, e l’ospedale si fece stranamente silenzioso, ancor più silenzioso del solito.
Passò poi al mondo, e si ritrovò sospeso nel vuoto.
Con la stessa facilità si liberò del proprio corpo, e poi giunse finalmente ad annullare se stesso.
Strano, Walter B. Jehovah pensò. Possibile che il solipsismo abbia dei limiti?
<< Sì>> disse una voce.
<< Chi sei?>> chiese Walter B. Jehovah.
<< Sono quello che ha creato l’universo che tu hai appena fatto sparire, e adesso che hai preso il mio posto…>> ci fu un profondo sospiro <<posso finalmente cessare la mia stessa esistenza, trovare la pace e lasciare che sia tu a continuare.>>
<< Ma…come si fa a cessare d’esistere?E’ proprio questo che sto cercando di fare!>>
<< Sì, lo so>>disse la voce. <<Devi fare come ho fatto io: crea un universo, e aspetta finchè non verrà uno come te ad annullarlo, poi potrai andare in pensione e lasciare che sia lui a continuare. Bè, addio.>>
E la voce sparì.
Walter B. Jehovah era solo nel vuoto, e c’era una sola cosa che potesse fare.
Creò il cielo e la terra.
Gli ci vollero sette giorni."